venerdì, settembre 14, 2012

Navi dietro le nuvole - Un racconto 84

Quel giorno non c'erano nuvole.

Ero tornato, chissà come mai, all'oratorio. E chissà come mai, quel giorno c'erano tutti, ma proprio tutti, quelli che avevo conosciuto e frequentato là.

C'eravamo messi a cantare, ballare, ridere, rincorrerci, noi e la nostra età passata, chi con 20, chi con 30, chi con 40 anni.

Tutti quanti, felici.

Poi, ad un certo punto, qualcuno urlò. Era una ragazza che urlò, strillò mentre eravamo tutti nei saloni dell'oratorio e lo fece talmente forte che ricordo che sentii male io per lei.

Urlò dapprima da sola, poi gli urli si fecero un coro di grida che credo non riuscirò mai più a sentire. Eppure continuavamo a ridere, mentre quelli strilli continuavano a vibrare, ci mettemmo anche noi a urlare fino a che non ci rendemmo conto che quelle urla erano più forti, perché aumentavano.

Uscimmo per strada, e capimmo.

Stavano in cielo, erano di un marrone come di terra bagnata, alcune a forma di martello, altre a forma di maniglia, altre ancora piccoli puntini senza contorno. Erano velocissime, compivano giri ed evoluzioni formando piccoli e grandi otto su sè stesse, come fossero insetti ma enormi, grandissime. Sembravano vicinissime alla terra, sembravano sul punto di cascare dal cielo.

E la gente le guardava, quelle enormi astronavi, come si guardano i palloncini che volano via. E urlava, scappava, chi si inginocchiava, chi si metteva a piangere. Io no, io rimasi là, a guardarle, mentre si muovevano all'impazzata e non sembrava che si potessero scontrare con nulla, mentre veloci formavano disegni incredibili nel cielo che sembrava finalmente aver trovato una fine.

Poi, si fermarono. Insieme, rallentarono fino ad arrestarsi, nel cielo. Silenziose. Sembravano guardare noi, che guardavamo loro. Noi, però, noi la gente intendo, facevamo rumore. Loro, no.

La televisione diceva che non sapeva cosa stessero facendo. Alcuni che stavano bloccando i nostri satelliti, ma la pay-tv e i cellulari continuavano a funzionare. Altri ancora che erano in grado di non far volare gli aerei, ma non era vero, perché gli aerei potevano partire e decollare, anche se nessuno aveva il coraggio di farlo: per questo in cielo c'erano solo loro.

Da quelle navi non era sceso nessuno. Ogni tanto si spostavano un poco, emettevano un suono tipo una specie di rombo profondo, poi stop. Silenzio, come respirassero e quel rumore fosse il loro sospiro di noia.

Ricordo che sparirono i giorni, mentre erano là. C'era confusioni, i giornali, le televisioni, la gente per strada, urlavano cose senza senso, ma nessuno sapesse bene cosa stesse capitando. C'era solo tanto, tantissimo caos. Tranne lassù.


Lassù era sempre sereno. Il cielo era senza nuvole, sia di giorno che di notte. Non pioveva, nevicava, non c'era nebbia. Solo, continuamente navi marroni e interstizi azzurri. E il sole riusciva a filtrare da là. Nonostante il cielo saturo, nonostante il caos, erano giorni luminosi.

Il tempo non contava più, tant'è che nessuno sa quanto effettivamente rimasero. Ricordo, e forse è così per tutti, che la cosa che ci smuoveva era solo quando riprendevano, per brevissimi attimi, il loro movimento. Ma erano flash, come parentesi di discorsi mai sopiti che si abbandonano subito. Poi, quella quiete caotica tornava senza filtri.

Un giorno, però, aprii gli occhi e c'erano le nuvole. Ricordo che quando uscii per strada, quel mattino, altri come me erano tornati silenti. Le nuvole erano una di quelle cose che sembravamo esserci dimenticati. Le guardavamo e rimanevamo assorti in quel mare grigio e gonfio d'aria.

Le navi non sapevamo dove fossero. Perché le nuvole si scansavano, lasciavano ogni tanto spazio a un piccolo foro da cui filtrava l'azzurro, e del loro colore marrone non c'era traccia.

Erano scomparse, in silenzio come erano arrivate.

Mi sono sempre chiesto cosa fossero venuti a fare, per il tempo che rimasero.