mercoledì, ottobre 24, 2012

Bablu, DayDream - Life in Technicolor part 178

Gli eroi hanno la sagoma di un uomo che non conoscerò mai. I sogni, invece, di desiderata mai nascosti.

Le immagini suonano una canzone che tanto tempo fa ascoltavo nella cucina di una casa al mare, mangiando frittata, bevendo vino, fumando Marlboro Light. 20 kg in meno, tanti capelli in più, molte meno remore a sentirmi me.

Ritorna in mente al mattino, quando d'autunno si ripresenta l'effetto Madeleine, senza i biscotti e senza il tempo per lasciarsi andare al ricordo.

L'aria fresca è sempre quella: sta ferma sulla testa, avvolge la fronte, il viso, poi la respiri e senti la differenza che c'è fra lei e il fumo della sigaretta, una in più di quelle che era giusto fumare.

Quando vorresti prendere e fartela di corsa, anche se le corse sono tutte uguali, nei parchi come sulle strade che si alternano fra gli alberi e le code delle auto, che non smettono mai di restare accese anche se tu sei lì che cerchi di correre.

Intanto, quell'eroe lì che non conoscerò mai continua a portare il suo fardello che fardello non è, mentre trascina un risciò. Credo che fossi stato uno di quelli seduti lì dietro, forse l'avrei fatto accomodare al mio posto e avrei cominciato a tirare io la carretta.

E invece, io Bablu (è così che si chiama) non lo conoscerò mai, e probabilmente il suo esempio passerà come sono passati tutti quelli che ho avuto, mentre qui due seduti lì dietro rimangono comodamente ad osservarlo, senza rendersi conto di chi sia lui veramente.

Continuo ad ascoltare la stessa canzone, anche io, in fondo in fondo, guardo Bablu seduto sulla mia sedia, aspettando di alzarmi e tirare il risciò al posto suo.

Forse, fondamentalmente, da quella cucina non me ne sono mai andato.




giovedì, ottobre 18, 2012

Prima nel pensiero - Life in Technicolor part 177



Stanotte ho fatto un sogno.

C'eravamo io e te, in una delle tante vie di Torino dove ho passeggiato nei miei 30 anni, e tu eri esattamente come ti ho sempre immaginato: piccolo, fragile, sorridente, con una di quelle tutine tutte colorate d'azzurro e di bianco con gli elefantini che sorridono, e una voce delicata che potrei distinguere fra tutte quelle che ci sono al mondo.

Una voce che non parla con parole ma con piccoli, impercettibili rumori che dicono per te la tua età.

Eravamo in macchina, e tu eri seduto sul seggiolino, sul sedile di fianco al mio. Ti prendevo in braccio, ti parlavo e tu mi sorridevi senza saper di sorridere. E io ti guardavo, e dicevo: "Ora ti porto a casa dalla mamma", e tu ridevi come fanno i bambini quando sono piccoli, che ridono senza saper di ridere.

E così cominciavo a camminare, e il mio sguardo si spostava e potevo guardarci mentre insieme, così, andavamo via.

Il sogno finiva lì, ma i miei ricordi no: quelli non sono finiti quando mi sono svegliato.

Dicono che tutti quanti siamo nati prima nel pensiero di Dio che dalla carne dei nostri genitori, forse è così anche quando un uomo e una donna immaginano la persona che il loro Amore vuol generare. Quando sogni di poter toccare con mano il frutto di due persone.

Io penso che tu sia nato così, piccolo. Nel sogno non ti chiamavo per nome, non sapevo dove andassimo e perché, non sapevo quanti anni avevo io o quanti mesi potessi avere tu: so solo che ti stavo portando dalla mamma. So che eri mio figlio e che io - posso ancora sentire distintamente quel pensiero - mi ripetevo in mente "Sono il tuo papà.".

Questa notte ti ho sognato, e tu eri lì con me. E se anche il destino ancora non mi ha dato l'occasione di conoscerti di persona, tu per me sei già vivo e io già ti amo fino a star male.

E pensare che ti ho visto solo un attimo in sogno, questa notte. Un unico frammento di vita che, da stamane quando mi sono svegliato, posso rivedere e rivedere quante volte voglio, posso sentire ancora l'emozione di tenerti in braccio: e mentre lo faccio, posso ancora provare come, guardandoti in quella Torino uguale a tutte le Torino che ho vissuto, mi sentivo finalmente giunto al climax, al punto di più alto.

Oggi più che mai, vorrei che sul serio stanotte tu abbia visto la luce senza esser ancora nato. Che questo sia solo un teaser di ciò che ci aspetta, quando finalmente sarai con me e potrò vivere per te come ho sempre sognato di fare.

Nato, prima nel pensiero. Attendendo che tu possa arrivare qui davvero, da me e dalla tua mamma che ci aspetta in chissà quale casa, aspettando di poterti raccontare di quando ho scritto di te prima ancora nascessi, aspettando di poterti finalmente prendere in braccio sul serio e poter camminare insieme in questo mondo così farabutto, ma che insieme forse sarà anche un po' più accogliente. 







martedì, ottobre 16, 2012

Lettera all'Amico Perduto - Life in Technicolor part 176


Ne è passato di tempo, Amico mio.


Proprio tanto. E dire che mi ritrovo a chiedermi spesso da quanto ci conosciamo. Non sapremmo neanche dirlo, quando abbiamo pensato per la prima volta d'esser diventati amici.

Forse non ce lo siamo neanche detti, a voce. Mai, neanche quando ne eravamo diventati certi.

Nei fatti e nelle scelte, si è amici quando vedi scorrere il tempo e capisci che l'altro sta invecchiando con te.

Noi due, per dire. Potevamo fumare un pacchetto di Philip Morris scure in una notte, a 16 anni, e non sentir il peso di tante birre bevute in un'ora soltanto. C'erano i sogni e le carcasse delle nostre voglie mai sopraffatte, a ricordarci che era tutto da scrivere. Ancora, per l'ennesima volta, una pagina bianca.


Tante volte, guardandoci, ci siamo chiesti se si sarebbe potuto fermare il tempo a quelle immagini. Alle prime serate in auto, ai primi scontri generazionali con i nostri genitori che non capivano cosa ci fosse, oltre. Ai gradi di separazione fra noi e l'ennesimo idolo da osseravare, da lontano, chiudendo gli occhi e immaginando che insieme a noi ci fosse anche quell'aura d'ammirazione che attribuivamo ad altri.

Amico mio, dove ti ho perduto? Nei rifiuti che non abbiamo saputo accettare, uno dell'altro. Nelle incomprensioni dei primi amori che l'altro non condivideva, o che faceva finta d'accettare.

L'amicizia è quella roba strana per cui una persona è speciale più di tutte le altre, a suo modo. Nonostante il tempo riesca a cambiarla, per te, Amico mio, io ero sempre io. Per me, Amico mio, tu eri sempre tu. Nonostante i capelli che trovavi al mattino nel lavandino fossero sempre di più, e le tempie si delimitassero sempre più in spazi ampi come il green di un campo di golf.

Ci ha battuto il fatto che ci siamo sempre dati per scontato, Amico mio. Ci siamo sempre dati per certi. Ma le persone non sono certe neanche quando s'abbandonano a quel senso lì che tutto rimarrà immutato, anche quando dici le cose come sono, senza più nasconderle.

E ora, Amico mio, ora che tutto è stato detto e io e te siamo rimasti in due a leggere le parole dette in tutti gli anni che sono passati, è soltanto ora che mi rendo conto che anche questo fa parte del disegno.

Che ci sia una fine anche quando non ci rendiamo conto che sta arrivando. Che i contorni si facciano rarefatti e senza costrutto.

Ci si perde, presto o tardi, alla fine è così che va il mondo: è proprio così che non lo volevamo ma a volte vince lui e a noi non resta che la strada, lunga o corta non importa, basta andare.

Intorno i finestrini si riempiono di paesaggi, le canzoni non bastano, il motore romba, procedere e non fermarsi fino a che anche i ricordi non ci saranno più.