venerdì, novembre 16, 2012

Tu, Ibrahimovic - Life in Technicolor 179



Come sapete, è raro che si parli di calcio su questo blog. Succede raramente, quando proprio non se ne riesce a fare a meno.

Era capitato per parlare del Barcellona, di Nedved e di Del Piero. Modelli, più che semplici calciatori.

Oggi è il turno di un altro giocatore, e pazienza se non rientri nei canoni del "modello", in seno agli atteggiamenti, ai comportamenti, alla fedeltà ai colori che indossi.

Ibrahimovic. Zlatan Ibrahimovic. Perché dopo 2 giorni, guardando e riguardando quel goal lì, non riesco a non pensare che un tributo glielo debba riconoscere.

Apprezzo i bad guys che si muovono aggressivi nel rettangolo verde, ho sempre avuto una passione smisurata per Eric Cantona, sogno da sempre che Mario Balotelli venga alla Juve e penso che sia un peccato non aver potuto veder giocare dal vivo Joey Barton, probabilmente uno dei calciatori più violenti che il calcio inglese abbia mai visto.

Lui invece sì. Ibrahimovic l'ho visto giocare dal vivo, e ha vestito la maglia della Juventus.

2 anni in una squadra già dotata di campioni inarrivabili come Buffon, Cannavaro, Emerson. Trezeguet, e poi Vieira, Zambrotta, Camoranesi, Chiellini, più quei due monumenti inarrivabili che ho citato su. Una squadra che aveva un generale di ferro come Fabio Capello. La squadra perfetta per una macchina come Ibra.

Zlatan viene da
Rosengård. È cresciuto un con padre ossessionato dall'alcool e dalla guerra dei Balcani. Originario della Bosnia, ha combattuto con la povertà e la diffidenza di uno dei popoli più perfetti del pianeta, gli svedesi.

Si è fatto largo partendo dal basso, e quella frase che cita nella sua biografia, "Puoi togliere il ragazzo dal ghetto, ma mai il ghetto dal ragazzo", è forse la sintesi più perfetta della rabbia rancorosa che anima le sue giocate. Cominciò nel Malmoe, e il suo primo nemico fu il suo carattere

Sintesi perfette di una voglia di rivalsa che trova nel suo farsi largo fra gli avversari, forte dei suoi 195 centimetri d'altezza per 95 kg e del suo parlottare con il pallone.

Mai domo, mai fedele. Ha amato e odiato le squadre dove ha giocato, come e forse più di quelle che ha affrontato. Pochi amici, fra i tecnici forse soltanto Capello e Mourinho ne hanno saputo tirar fuori l'essenza, farlo sentire veramente ciò che è sempre voluto essere: un predestinato.

Zlatan Ibrahimovic. Quello che non ha mai vinto un Pallone d'Oro perché è sempre andato via troppo presto (o troppo tardi) per riuscire a guadagnarsi una Champions League. Quello che non ha mai avuto paura di farsi scortare da uno dei personaggi più discutibili del calcio, Mino Raiola, scannandosi ad ogni anno per farsi pagare ciò che pensava di meritare, e pazienza che tutto il mondo gridasse allo scandalo: perché lui sapeva cosa voleva, e doveva ottenerlo.

Zlatan Ibrahimovic che ogni volta che lo si guarda giocare ci si chiede cosa può tirare fuori dal cilindro. Che vince scudetti a mano bassa perché di fatto quando la forbice del talento s'allarga a spuntarla è sempre lui. Lui che non ha avuto paura di lasciare la più scintillante squadra del mondo perché si sentiva messo in ombra da un altro mostro sacro, Lionel Messi.

Zlatan Ibrahimovic che mercoledì sera decide che non è tempo per rassegnarsi all'idea che il PSG sia l'ennesima scommessa per acciuffare l'Europa e il riconoscimento eterno della storia del calcio: che guarda in alto il pallone volare, dopo che Hart ha sbagliato l'uscita. Lo insegue, lo guarda arrivare, i muscoli si contraggono e il pallone s'invola fino a entrare, una rovesciata da 30 metri che oggi i bambini guardano e un domani, magari, proveranno a imitare sul campo del Bernabeu o dell'Emirates Stadium.

Zlatan Ibrahimovic, odiato dai suoi ex tifosi a causa del rammarico di averlo visto andare via, baldanzoso, senza che portasse con sè una parte dei colori indossati. Che non ha mai avuto un numero preferito, forse il 10 portato con la sua nazionale, chissà, oppure il 10 all'Ajax, il 9 alla Juve, l'8 all'Inter, il 9 al Barcellona, l'11 al Milan e il 18 a Parigi: nessuno lo può sapere con certezza. Senza scaramanzia, il numero è uguale, conta il giocatore più che cabala: lui, è il più importante.

Zlatan Ibrahimovic che non ha regole, se non quella di stupire.

Zlatan Ibrahimovic, cattivo, dispettoso, arrogante, che entrò nello spogliatorio dei Lancieri di Amsterdam presentandosi con un gentile: "Io sono Zlatan, e voi chi cazzo siete". Che fece amicizia con Mido, bomber egiziano transitato anche alla Roma, con Materazzi e con Vieira, perché fra "decisi" ci si intende. Che rubava le biciclette per andare all'allenamento.

Un campione indimenticabile. Un modello da filtrare, una determinazione ispiratrice. Attendendo che pazientemente quella maledetta coppa arrivi anche fra le tue mani. Sognando - a malincuore, consapevoli che sarà solo un sogno - che tu un giorno possa sollevarla con i colori bianconeri addosso. Perché i più forti li si vorrebbe sempre nella propria squadra.













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