mercoledì, febbraio 27, 2013

Sospeso - Life in Technicolor part 187



Bentrovato, amico mio. Sei qui perché vuoi risposte, vero?

Beh, sappi che io la prenderò larga e qui non ne troverai, subito. Anzi.

Per cominciare, ti farò degli esempi.

Prendi quelle mattine che ti addormenti al volante, anche se ti sei appena svegliato. Oppure quelle sere dove ti senti tanto solo che puoi essere veramente ovunque, ma tanto quel senso lì ti verrà a prendere in ogni posto che c'è.

Prendi il male dentro che non fa male ma che senti forte anche quando stai fermo.

Oppure prendi il respiro, quello profondo fatto al freddo di un inverno sempre più pungente di quello dell'anno prima.

Guarda mentre prendi fiato e ascolti il silenzio, come funziona. Prendi quella sensazione poi smistala fra tutte le sensazioni che sai vorresti provare, ma non sai come siano perché non le conosci.

E'  brutto, dici? Non ho mai conosciuto chi non si sia sentito sospeso, almeno per metà della propria esistenza, fra quelle sensazioni e mille disegni di vite ideali, che tanto non sono altro, appunto, che sogni.

Ho tanta rabbia, amico mio: soprattutto per le risposte che non riesco a darti, e a dare a me. La sento vivida in me come quando da bambino vedevo i gatti schiacciati sulle strade della città, o quando alle elementari i compagni più alti maltrattavano quelli più bassi. Rabbia, sì. Rabbia triste, da lacrime sparse nelle notti in cui hai paura e le mattine dove non ne hai più, ma proprio più.

Ho 31 anni da due mesi e ancora non ho mica capito granché, di tutto questo cazzo di casino. Dice il Maturo, quello che sa sempre come funziona, che è parte della vita. Vita, dice lui: chiamala vita un posto dove ci sei tu, e quel librarsi in volo quando hai appena mangiato e non senti altro che la nausea.

Dice il Saggio che la gente passa il tempo a cercare l'altra metà del cielo, l'Amore. Dice il Saggio che di solito si trova quando non cerchi, poi un giorno scopri una persona più grande di te che, sorridendo - ed è questo che distrugge - si chiede perché la persona amata sia morta, e rivolgendosi a lui, proprio lui, gli chieda: "Perché mi hai fatto questo?".

Sconvolgente. Come se la morte fosse solo un modo per arrivare in fretta al fottuto riposo, a costo di ferire le persone che hanno reso questo fottuto pianeta un posto migliore.

Che cazzo di mondo è questo, amico mio. Siamo sempre in ballo, poi una mattina ci alziamo e diciamo, naturalmente, che tanto a Natale non ci arriviamo. E due ore dopo, semplicemente, andiamo via. Come se fosse la cosa più naturale che si possa fare.

Siamo sospesi fra quel momento lì, e tutto il tempo che ci è concesso quaggiù. Tempo che dividiamo fra rotture di cazzo, risate, sorrisi, pianti, qualche scopata, e a volte, qualche notte in cui si fa l'amore e ci si sente per qualche frazione di secondo talmente vivi da poter esplodere.

Tutti i giorni, sospesi fra quella consapevolezza e le domande a cui non si può rispondere.

Io ti parlo da quaggiù, ho 31 anni da due mesi, piacere. Mi chiamo fRa e se sei arrivato fin qui perché io ti dia la soluzione, beh amico, hai sbagliato di brutto: tanto ora sto per arrivare alla fine e ti posso dire la verità. Io qui al massimo posso farti qualche domanda, le stesse che mi pongo io. E lasciarti andare nello spazio che conosci, in fondo non siamo altro che pezzi sospesi fra i sogni, la rabbia, il senso di rivalsa, la consapevolezza di ciò che potremmo fare e ciò che effettivamente faremo.

Siamo sospesi, io lo sono da sempre. A volte mi piace, a volte no. Continuo ad esserlo, un giorno o l'altro atterreremo, sia io che tu, e finalmente saremo consapevoli, speriamo felici.

A 31 anni, così come a 92: tanto, poi, alla fine si scende sempre.

Sarà già buio, ma in fondo la luce non serve, soprattutto quando c'è abbastanza cielo scoperto per sentirsi per un attimo liberi, sereni, senza che vi sia timore.











mercoledì, febbraio 20, 2013

Di Marco e dei ricordi - Life in Technicolor part 186



Mi sei venuto in mente oggi, Marco, quando parlavo di te per l'ennesima volta a una persona qualsiasi di questo cazzo di pianeta.

Era il 1992 quando ti ho visto la prima volta. Eravamo in prima media. Eri seduto in mezzo a Nicola e Giacomo, nell'unico banco da tre, al fondo della classe. Mi ricordo che ti guardai e pensai che fossi il "capo" della classe, allora la gerarchia della giovinezza si respirava ancora dalle facce e non dai telefonini, e tu la faccia del capo ce l'avevi già allora.

Eravamo bambini, all'epoca, ci misuravamo con le risse ai giardini e con le voglie da grandi. Eri uno di quelli che sembrava più grande, nella classe. Andavi anche abbastanza bene, a scuola. Nella fascia media alta, anche se poi, alla fine della terza, con "distinto" ci eravamo usciti in 4 e tu non c'eri, io chissà perché ti ho sempre pensato come uno che avrebbe potuto prendere tutti i voti migliori, dalle medie fino su, all'università.

Quanto tempo è passato, Marco. Ogni tanto penso che questa vita è lunga un pianto di felicità e che dura solo lo spazio per rendersi conto che è meraviglioso, passare da queste parti, per poi ripartire e andare chissà dove, quasi che il paradiso sia un posto che aspetta solo che lo immagini.

Chissà se hai mai pensato al tempo, quando sei andato per la prima volta al "Bar Mario", la sala giochi che stava sotto casa mia. Mia madre non mi lasciava andare a giocare ai videogames che c'erano lì, anche se era l'unico che aveva Street Fighters 2 special, quello che potevi scegliere Bison perché era sbloccato dalla Konami. Diceva, mia madre, che lì non ci si poteva andare perché c'era gente pericolosa.

Chissà se ci pensavi quando nello spogliatoio durante l'ora di ginnastica ci pigliavi per il culo con il gruppetto dei "grandi", a me e quegli altri che la pubertà manco sapevamo che esisteva, chiedendoci se volevamo venire a casa tua a vedere qualche videocassetta porno, e noi arrossivamo.

Marco. Ho 31 anni e ti ho visto dire che tu i CD li ascoltavi in auto, quando ancora in casa mia di ascoltavano le musicassette. Ti ricordo quando hai preso quel cagnolino, una specie di bassotto che chissà veramente che cazzo di razza fosse, che dicevi che lo portavi in giro ed era una buona scusa per fare una passeggiata dopo l'ora di cena. Lo ricordo mentre penso a te che, a 15 anni già avevi il Phantom, il Bar Mario non si chiamava più così, aveva cambiato nome, e le siringhe nei bagni non c'erano più come quando aveva aperto. Però certe facce, là, forse non hanno mai smesso di girare.

Marco. Che ti portavi Paola dietro la sella dello scooter, dicevi "Ciao" con la testa quando passavi in via Giusti, in zona, noi si cresceva e se ti si voleva vedere bisognava passare ai Centri, dove allora sì che era pericoloso passarci la sera.

Avevo paura quando, verso le 22, tornavo da casa di Lisa, la mia prima fidanzata che abitava là dietro. E tu, alla sera, eri sempre lì, Marco. Ai Centri. Però salutavi. E avevi sempre quella faccia lì, quella del 1992. I tuoi occhi, le guance, i denti. Potrei disegnarli, tanto li ho in mente.

Marco. Sono passati 13 anni. Posso rivivere quella mattina cento volte, visto che vivevi a 10 metri da casa mia. Scesi a prendere il 39 per andare a scuola, la volante dei carabinieri parcheggiata sotto casa tua, mi chiesi cosa fosse capitato e mi dissi: "Cazzo, lì vive Enrico, speriamo che stiano tutti bene" e non pensai un attimo a te. Poi passò il 39, salii, e mi dimenticai della madama sotto casa tua.

Era un giovedì, credo.

Perché il giovedì giocavamo a calcetto. E alla sera, al campo, Spysso disse "Avete sentito che è successo? Marco è morto stanotte, dicono che l'hanno trovato davanti al frigo, sdraiato.".

Dissero così, le voci.

Chissà se andò veramente così. Non mi importa, in fondo, come è andata veramente quella notte, per cosa è successo.

Ricordo quel pomeriggio, ero venuto al funerale ed era un lunedì pomeriggio. C'era il sole. Primavera, o giù di lì. Ricordo che i Prozac+ avevano appena pubblicato il loro terzo album, "3", e quel singolo, "Angelo", lo ascoltavo e riascoltavo, e pensavo a te, chissà perché.

Ricordo solo Paola, in chiesa, che piangeva e che urlava, Paola che avevo conosciuto quando avevo 11 anni cazzo e che ti amava anche quando vi eravate lasciati, nonostante per anni vi avessimo visti insieme, sul tuo Phantom.

Porca troia Marco. C'era Orazio che non si reggeva in piedi, alla fine della messa. Dicevano che se non morivi tu, a lasciarci la pelle era tutta una compagnia, tipo che Giò s'era salvato solo perché era andato a naja. Ricordo Ire e Barbara sedute alla fermata del 39 che piangono, ricordo la Grieco che ci riconosce anche se sono 6 anni che non ci vede. C'era anche il professore di religione che ti conosceva da quando giocavi a pallone, silenzioso.

E io già allora non avevo potuto pensare ad altro, alla foto che hanno messo sulla tua tomba, con in braccio quel cagnolino che tuo padre ha portato ancora a pisciare quando tu eri già andato via.

Dove sei ora, Marco?

Dove cazzo sei?

Non siamo mai stati amici, ma ancora oggi mi chiedo dove tu possa essere.

Della nostra gioventù andata, di quella Nichelino che aveva raccolto sprazzi di vita che non possono più esser condensati in un oggi che non ha un inizio e una fine, e nei ragazzi che non sanno più esser forti. Dove sei andato, Marco? E perché, in tutti questi anni, ho pensato tanto a te?

Se mai ti rincontrerò, queste saranno le domande che ti farò. Insieme a quelle che non ti ho mai fatto, ad esempio cosa volessi fare da grande. O cosa veramente pensassi, quando sei arrivato lì lì per andar via.

Se hai salvato veramente qualcuno, come altri hanno detto, forse sei tu l'angelo dei Prozac+ che avevo immaginato in quella primavera prima della maturità. Forse era solo un'altra storia da raccontare, in uno di quei giorni che avresti bisogno di tornare giovane per un attimo, e ti ritrovi a respirare l'aria della tua adolescenza in un frammento così triste da non riuscire a smettere di piangere.

Ovunque tu sia, Marco, sappi che qui hai lasciato qualcosa. Ti dirò anche questo, quando ti rincontrerò, sempre che il paradiso sia delle forme che immaginavi, in fondo il paradiso ha la forma che scegli di dargli, basta solo crederci.

E questo, son sicuro, tu non l'hai mai dimenticato. Anche quando sei andato via.





giovedì, febbraio 07, 2013

Ritorni - Life in Technicolor part 185



Dove sei stato tutto questo tempo, ragazzo?

Eri nascosto fra le strade che hai immaginato e descritto tutte le volte che ti è capitato di raccontare una storia? O forse stavi là, sul ponte che metti in tutti i tuoi racconti, ad aspettare di capire perché la corrente del fiume scorre nel senso opposto a quello che tutti credono giusto? Stavi nei bar del centro, a bere un bicchiere nelle notti in cui il centro è vuoto? Dov'eri ragazzo? Dove sei stato, per tutti questi anni?

Ti rivedo nei giardini a suonare la chitarra, sognando di diventare un giorno bravo sul serio. Ti guardo piangere quando nessuno ti vede, certe sere di molto tempo fa, parcheggiato sulle vie che costeggiano uno dei sottopassi della città, mentre ti accendi una Pall Mall Light e di orizzonti, a parte il cemento, non ne vedi. Ti guardo correre dietro ogni pallone, sul campo e nella vita, mentre dagli spalti urlano che quel pallone puoi farcela a prenderlo, e se lo riesci a prendere dopo è tutto libero e sarà facile andare a rete. Ti osservo mentre t'innamori, poi ti siedi su una panchina e quella vita lì scompare per ricominciare da altre parti, chissà poi quali.

Quanti anni sono passati, ragazzo?

Da quel tempo in cui avevi speranza? E quanti ne sono passati, da quando hai provato l'ultima volta a credere che era cosa, che ci sarebbe potuto essere quel sogno lì, che in fondo non era impossibile, stare bene.

Dove sei stato? Perché io ti ho sempre cercato. Non ho mai dimenticato chi fossi, ragazzo: non ho mai smesso di crederci, con te, in te.

Sappi che mi è spiaciuto, perderti per tutto questo tempo. Non sapere dove fossi, perché non riuscissi a vederti fra le folle tutte uguali di questo cazzo di pianeta. C'è un mare di gente, ragazzo, dove amalgamarsi. Ma tu no. Io lo sapevo che tu lì in mezzo non ci sei mai voluto stare. Ero pronto ad ascoltarti ogni volta che avresti avuto bisogno di me, perché hai dubitato?

Perchè sei scappato, ragazzo?

Posso chiedertelo ora, che in lontananza ti rivedo. Sei sempre tu. Quella rabbia, quella voglia di non amalgamarti. Quella voglia di continuare a essere chi sei, senza paura.

In questo mondo, al netto di tutto ciò che non sopporti.

Al netto dei radical chic che si sentono migliori degli altri, al netto dei finti acculturati perché sanno tante cose, al netto delle elezioni, al netto degli imbonitori, degli accomodanti, di quelli che sorridono senza aver mai veramente sorriso, al netto degli amori finiti, delle frasi buttate addosso solo per far male, dei risvegli in letti non tuoi, dei baci non dati, dei giudizi, dei rimproveri gratuiti, degli egoismi, degli amori mancati, al netto dei rifiuti senza motivo, al netto delle paranoie, delle birre mai finite e di quelle mai bevute, delle botte che hai preso e di quelle che devi restituire, delle parole dette con sufficienza, dei ragionamenti perbenisti che non capirai mai, dei fratelli e delle sorelle troppo amati per rimanervi vicino, delle ansie che finalmente finiscono. Al netto, soprattutto, delle paure.

Ora, ragazzo, sei di nuovo qui. Non so perché tu sia ritornato, forse non sei mai andato via, ti eri solo nascosto sul tetto aspettando di trovare un buon motivo per scendere, tanto lassù nessuno ti sarebbe venuto a disturbare.

Io, in tutto questo tempo, forse è lassù che avrei dovuto cercarti. Perché è quello, forse, il posto giusto quando si vuole scappare.

Ogni tanto sul tetto ci si arriva per forza, perché si sente il bisogno di fumare quella fottuta Pall Mall Light senza nessuno che ti possa ricordare quanto, in realtà, faccia male. Ci si va, ci si siede sulle tegole, e si guarda il cielo. E tu ragazzo, lassù, son sicuro che nel silenzio dell'unico posto che non dice niente, ma proprio niente, hai cercato risposte.

Ne hai trovate? Dimmene una se ne hai trovate perché io non ne ho, e francamente non credo potrò mai dartene. Ma forse non è quello il punto. Forse è semplicemente che, dopo esser stati lassù per un po', si deve scendere per forza. Ragazzo, non lo scordare mai: c'è spazio per una vita sola, in questo mondo. E per quanto ti piaccia stare lassù, sappi che prima o poi bisogna sempre tornare quaggiù, anche se risposte non se ne sono trovate.

Ora che sei qui, non aver paura. Non sei solo: ci sono io con te, ragazzo.

Ora che sei tornato, posso dirtelo.

Sono felice di rivederti.

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Piccolo. Spazio. Pubblicità: se vuoi leggere dov'è il tetto, c'è una storia che ne parla.



lunedì, febbraio 04, 2013

Quel giorno - Un racconto 86



Stava tutto nelle parole "Sono io". Pronunciate piangendo, dall'alto di luoghi che non avevamo esplorato mai, che avevamo vissuto per anni senza che potessimo contarne la lunghezza, del tempo che passava.

Guardavamo la corrente sul ponte più bello che c'è, a Torino, meravigliandoci che l'acqua scorre nella direzione sbagliata. Va da sud verso nord, lo vedi nelle cascate che stanno di fronte a piazza Vittorio, là si vede chiaramente che ci sono pezzi che scorrono senza che tu possa far altro che accettare che la corrente va dove vuole lei.

E quelle parole, dette piangendo. "Sono io.": era un'invocazione, più che un'affermazione. E la corrente del Po, lei, tranquilla andava da sud verso nord, mentre noi non potevamo far altro che guardarla.

Mentre andavamo via, il ponte rimaneva sguarnito e la città s'animava della notte più silenziosa che c'è, rimanevano nelle crepe del cemento frammenti di felicità fatti di immagini, momenti dove tutto era rifiorito e sfiorito senza che ci fosse bisogno di prendere, ancora lei, l'acqua per innaffiare, o ci si accorgesse che le foglie cadevano, diminuivano, smettevano di star su da sole.

"Sono io", parole che non potrò mai più ascoltare senza pensare che in fondo non puoi non piangere, quando lo dici.

Come se non ti riconoscessi più. O forse, come se riguardassi il Po e, nello spazio di un attimo, mi ricordassi da che parte scorre, e non volessi arrendermi all'idea che la corrente non puoi cambiarla. Puoi solo accettarla, così come viene.

Anche se fa male, riascoltare quelle parole nella mente. "Sono io", ripetuta così tante volte da non capire se sono state dette sul serio.

Mentre il fiume scorre, e non ci si fa una ragione di come il nord e il sud non sono dove dici che dovrebbero essere. E continui a ripeterlo, in un giorno qualsiasi di quelli che hai vissuto.