mercoledì, febbraio 20, 2013

Di Marco e dei ricordi - Life in Technicolor part 186



Mi sei venuto in mente oggi, Marco, quando parlavo di te per l'ennesima volta a una persona qualsiasi di questo cazzo di pianeta.

Era il 1992 quando ti ho visto la prima volta. Eravamo in prima media. Eri seduto in mezzo a Nicola e Giacomo, nell'unico banco da tre, al fondo della classe. Mi ricordo che ti guardai e pensai che fossi il "capo" della classe, allora la gerarchia della giovinezza si respirava ancora dalle facce e non dai telefonini, e tu la faccia del capo ce l'avevi già allora.

Eravamo bambini, all'epoca, ci misuravamo con le risse ai giardini e con le voglie da grandi. Eri uno di quelli che sembrava più grande, nella classe. Andavi anche abbastanza bene, a scuola. Nella fascia media alta, anche se poi, alla fine della terza, con "distinto" ci eravamo usciti in 4 e tu non c'eri, io chissà perché ti ho sempre pensato come uno che avrebbe potuto prendere tutti i voti migliori, dalle medie fino su, all'università.

Quanto tempo è passato, Marco. Ogni tanto penso che questa vita è lunga un pianto di felicità e che dura solo lo spazio per rendersi conto che è meraviglioso, passare da queste parti, per poi ripartire e andare chissà dove, quasi che il paradiso sia un posto che aspetta solo che lo immagini.

Chissà se hai mai pensato al tempo, quando sei andato per la prima volta al "Bar Mario", la sala giochi che stava sotto casa mia. Mia madre non mi lasciava andare a giocare ai videogames che c'erano lì, anche se era l'unico che aveva Street Fighters 2 special, quello che potevi scegliere Bison perché era sbloccato dalla Konami. Diceva, mia madre, che lì non ci si poteva andare perché c'era gente pericolosa.

Chissà se ci pensavi quando nello spogliatoio durante l'ora di ginnastica ci pigliavi per il culo con il gruppetto dei "grandi", a me e quegli altri che la pubertà manco sapevamo che esisteva, chiedendoci se volevamo venire a casa tua a vedere qualche videocassetta porno, e noi arrossivamo.

Marco. Ho 31 anni e ti ho visto dire che tu i CD li ascoltavi in auto, quando ancora in casa mia di ascoltavano le musicassette. Ti ricordo quando hai preso quel cagnolino, una specie di bassotto che chissà veramente che cazzo di razza fosse, che dicevi che lo portavi in giro ed era una buona scusa per fare una passeggiata dopo l'ora di cena. Lo ricordo mentre penso a te che, a 15 anni già avevi il Phantom, il Bar Mario non si chiamava più così, aveva cambiato nome, e le siringhe nei bagni non c'erano più come quando aveva aperto. Però certe facce, là, forse non hanno mai smesso di girare.

Marco. Che ti portavi Paola dietro la sella dello scooter, dicevi "Ciao" con la testa quando passavi in via Giusti, in zona, noi si cresceva e se ti si voleva vedere bisognava passare ai Centri, dove allora sì che era pericoloso passarci la sera.

Avevo paura quando, verso le 22, tornavo da casa di Lisa, la mia prima fidanzata che abitava là dietro. E tu, alla sera, eri sempre lì, Marco. Ai Centri. Però salutavi. E avevi sempre quella faccia lì, quella del 1992. I tuoi occhi, le guance, i denti. Potrei disegnarli, tanto li ho in mente.

Marco. Sono passati 13 anni. Posso rivivere quella mattina cento volte, visto che vivevi a 10 metri da casa mia. Scesi a prendere il 39 per andare a scuola, la volante dei carabinieri parcheggiata sotto casa tua, mi chiesi cosa fosse capitato e mi dissi: "Cazzo, lì vive Enrico, speriamo che stiano tutti bene" e non pensai un attimo a te. Poi passò il 39, salii, e mi dimenticai della madama sotto casa tua.

Era un giovedì, credo.

Perché il giovedì giocavamo a calcetto. E alla sera, al campo, Spysso disse "Avete sentito che è successo? Marco è morto stanotte, dicono che l'hanno trovato davanti al frigo, sdraiato.".

Dissero così, le voci.

Chissà se andò veramente così. Non mi importa, in fondo, come è andata veramente quella notte, per cosa è successo.

Ricordo quel pomeriggio, ero venuto al funerale ed era un lunedì pomeriggio. C'era il sole. Primavera, o giù di lì. Ricordo che i Prozac+ avevano appena pubblicato il loro terzo album, "3", e quel singolo, "Angelo", lo ascoltavo e riascoltavo, e pensavo a te, chissà perché.

Ricordo solo Paola, in chiesa, che piangeva e che urlava, Paola che avevo conosciuto quando avevo 11 anni cazzo e che ti amava anche quando vi eravate lasciati, nonostante per anni vi avessimo visti insieme, sul tuo Phantom.

Porca troia Marco. C'era Orazio che non si reggeva in piedi, alla fine della messa. Dicevano che se non morivi tu, a lasciarci la pelle era tutta una compagnia, tipo che Giò s'era salvato solo perché era andato a naja. Ricordo Ire e Barbara sedute alla fermata del 39 che piangono, ricordo la Grieco che ci riconosce anche se sono 6 anni che non ci vede. C'era anche il professore di religione che ti conosceva da quando giocavi a pallone, silenzioso.

E io già allora non avevo potuto pensare ad altro, alla foto che hanno messo sulla tua tomba, con in braccio quel cagnolino che tuo padre ha portato ancora a pisciare quando tu eri già andato via.

Dove sei ora, Marco?

Dove cazzo sei?

Non siamo mai stati amici, ma ancora oggi mi chiedo dove tu possa essere.

Della nostra gioventù andata, di quella Nichelino che aveva raccolto sprazzi di vita che non possono più esser condensati in un oggi che non ha un inizio e una fine, e nei ragazzi che non sanno più esser forti. Dove sei andato, Marco? E perché, in tutti questi anni, ho pensato tanto a te?

Se mai ti rincontrerò, queste saranno le domande che ti farò. Insieme a quelle che non ti ho mai fatto, ad esempio cosa volessi fare da grande. O cosa veramente pensassi, quando sei arrivato lì lì per andar via.

Se hai salvato veramente qualcuno, come altri hanno detto, forse sei tu l'angelo dei Prozac+ che avevo immaginato in quella primavera prima della maturità. Forse era solo un'altra storia da raccontare, in uno di quei giorni che avresti bisogno di tornare giovane per un attimo, e ti ritrovi a respirare l'aria della tua adolescenza in un frammento così triste da non riuscire a smettere di piangere.

Ovunque tu sia, Marco, sappi che qui hai lasciato qualcosa. Ti dirò anche questo, quando ti rincontrerò, sempre che il paradiso sia delle forme che immaginavi, in fondo il paradiso ha la forma che scegli di dargli, basta solo crederci.

E questo, son sicuro, tu non l'hai mai dimenticato. Anche quando sei andato via.





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