lunedì, febbraio 04, 2013

Quel giorno - Un racconto 86



Stava tutto nelle parole "Sono io". Pronunciate piangendo, dall'alto di luoghi che non avevamo esplorato mai, che avevamo vissuto per anni senza che potessimo contarne la lunghezza, del tempo che passava.

Guardavamo la corrente sul ponte più bello che c'è, a Torino, meravigliandoci che l'acqua scorre nella direzione sbagliata. Va da sud verso nord, lo vedi nelle cascate che stanno di fronte a piazza Vittorio, là si vede chiaramente che ci sono pezzi che scorrono senza che tu possa far altro che accettare che la corrente va dove vuole lei.

E quelle parole, dette piangendo. "Sono io.": era un'invocazione, più che un'affermazione. E la corrente del Po, lei, tranquilla andava da sud verso nord, mentre noi non potevamo far altro che guardarla.

Mentre andavamo via, il ponte rimaneva sguarnito e la città s'animava della notte più silenziosa che c'è, rimanevano nelle crepe del cemento frammenti di felicità fatti di immagini, momenti dove tutto era rifiorito e sfiorito senza che ci fosse bisogno di prendere, ancora lei, l'acqua per innaffiare, o ci si accorgesse che le foglie cadevano, diminuivano, smettevano di star su da sole.

"Sono io", parole che non potrò mai più ascoltare senza pensare che in fondo non puoi non piangere, quando lo dici.

Come se non ti riconoscessi più. O forse, come se riguardassi il Po e, nello spazio di un attimo, mi ricordassi da che parte scorre, e non volessi arrendermi all'idea che la corrente non puoi cambiarla. Puoi solo accettarla, così come viene.

Anche se fa male, riascoltare quelle parole nella mente. "Sono io", ripetuta così tante volte da non capire se sono state dette sul serio.

Mentre il fiume scorre, e non ci si fa una ragione di come il nord e il sud non sono dove dici che dovrebbero essere. E continui a ripeterlo, in un giorno qualsiasi di quelli che hai vissuto.


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