giovedì, marzo 28, 2013

I'm not a hero - Life in Technicolor part 188



"Because he's the hero Gotham deserves, but not the one it needs right now.
So, we'll hunt him, because he can take it. Because he's not our hero.
He's a silent guardian. A watchful protector. A Dark Knight.
"
(James Gordon, The Dark Knight)

Puoi scegliere di essere coraggioso, oppure aver paura fino alla fine. Puoi camminare tenendo la testa bassa di fronte a ogni cosa, oppure ad un certo punto puoi alzare lo sguardo, prendere un bel respiro, sentire fino in fondo l'aria entrarti dentro, guardare di fronte a te e scoprire che non hai bisogno di temere, per proteggerti.

Ognuno di noi si è sentito un eroe, almeno una volta. Ma ci sono eroi ed eroi.

Quelli luminosi, quelli che tutti indicano come tali. Poi ci sono quelli che sanno rimanere in silenzio. 

Ci sono eroi che sanno mettere in luce la loro voglia di giustizia. Ci sono invece altri eroi, quelli che sanno che la cosa giusta, spesso, non verrà capita subito.

Ci sono eroi che combattono cattivi perché sono buoni a prescindere. Ci sono eroi che diventano eroi combattendo per primi i propri demoni.

Gli eroi che non hanno mai provato paura. Gli eroi che cominciano a vincere solo quando la paura riescono a sconfiggerla.

C'è il bene universale, c'è il bene che nasce dalle tempeste dell'animo.

C'è l'eroe che è talmente forte che non dovrà mai sacrificarsi, e l'eroe che invece scompare in silenzio dopo aver combattuto la più dura delle battaglie, magari perché nessuno capisce che quella battaglia è LA battaglia, la più importante, la più difficile.

Ci sono eroi ed eroi, i primi sono riconosciuti, i secondi no. I primi sanno di essere eroi, i secondi lo scoprono alla fine di tutto: o forse non lo sono, semplicemente sanno cosa è giusto fare e cosa no. A volte fingono di volerlo essere, eroi, ma poi preferiscono dire di non esserlo. Magari accolgono il loro essere normali, come un punto di forza. Magari decidono che anche il loro essere speciali può esser messo da parte, in favore di qualcosa che valga di più.

Non vogliono essere diversi, ma cambiare le cose rimanendo, semplicemente, normali.

Oggi il mondo non puoi cambiarlo da eroe. Lo puoi cambiare se rimani uguale a te stesso. Se non cedi alla tentazione di essere diverso da ciò che sei, ecco perché SpiderMan non lo vedi più in giro, o perché IronMan fa l'attore nei film di Hollywood e il mondo non lo salva più.

Non servono superpoteri, ma solo coraggio. Il coraggio di andare via anche quando sai che non vorresti, che non era quello che sognavi, non era ciò che avresti voluto. Il coraggio di mettere tutto da parte per fare la cosa migliore, che riporti armonia. Il coraggio di prendere la direzione giusta, non riflessa nel presente ma proiettata al futuro.

E soprattutto, farlo sapendo che non sarà quell'unica volta in cui sarai stato coraggioso, a renderti un eroe: ma tante ne serviranno, ancora e ancora e ancora. Lo diventerai se, paradossalmente, non ammetterai mai di esserlo.

Ricordando che si diventa eroi nel momento in cui si capisce che il futuro è arrivato, e tutto ciò che si è compiuto è stato fatto perché quel futuro fosse migliore per tutti.








venerdì, marzo 15, 2013

Pensiero semplice

C'è voglia di star bene, in giro.

Si vede anche se non ci si impegna.

Lo auguro a tutti, anche a me.
 






 

giovedì, marzo 07, 2013

A casa con Django - Un racconto 87



Il salotto era fumoso e nella penombra come al solito, con gli olezzi della cucina dove papà cucinava il suo risotto senza che potessi fermarlo, al momento di caricare d'aglio la pietanza.

Ma era così buono, quell'odore di cibo che ti impregnava i vestiti, che quasi mi stupivo dello rimanerne assorto, come un bambino per la prima volta di fronte all'intera saga di Star Wars.

Quella sera mangiammo, poi ci accomodammo lì, sul suo divano. Beveva della grappa chiara, in un bicchierino di vetro lucidato alla perfezione. Era assorto nei pensieri, la televisione trasmetteva un tg, e fuori pioveva.

- Papà, gli dissi, com'è che siamo finiti per diventare vecchi?

- Si diventa sempre vecchi, ad un certo punto.
- Dico, come siamo diventati vecchi da non riuscire più neanche a credere che ci sia un futuro.
- Solo quando mangi il risotto, diventi così poeta. 

Soli nel suo salotto, guardavo l'uomo che m'aveva generato giochicchiare con quel suo bicchierino, sorseggiare la sua grappa come ogni sera che mi trovavo a passare con lui, ascoltare le notizie e dire solo "Mah" o "Beh".


Ogni tanto, ma solo ogni tanto, ascoltavamo musica. Ma me ne accorgevo perché, arrivando prima di mangiare, lui già la stava ascoltando. E quasi sempre era musica che mi stupiva, mi affascinava, roba mai ascoltata prima.

- Il risotto era buono, papà.
- Eh. Vuoi bere qualcosa?
- Dai della grappa anche a me.

S'alzò e andò a prendere un bicchierino uguale al suo, poi me lo portò, mi porse il suo e li battemmo per brindare, chissà a cosa.

- Così, è andata, mi disse. Finita, finita.
- Già.
- Ma perché?

- Perché era giusto così, risposi io, non c'amavamo più.
- E ora, dove starai?

- Starò per un po' via di casa, poi troverò un altro posto, dove stare.
- Giri, come i vagabondi.
- Sì, una specie.
- Eh, ma mettiti a posto, disse lui quasi alzando la voce, come se stesse per incazzarsi.

- Che posso fare, papà?

Lui, zitto. Fece un altro sorso di grappa. L'odore di riso s'era assopito nell'aria, ora c'era solo odore di salotto-di-papà e del suo dopobarba indistruttibile.

- Non so se potessi fare altrimenti, aggiunsi.
- Beh, io questo non lo so. Sei grande, ormai.

Quando mi diceva "Sei grande, ormai", mi sentivo come quella volta che mi aveva rimproverato davanti a scuola, in terza elementare, perché la maestra aveva detto che non andavo bene in matematica. Oppure quando mi avevano beccato a fumare in oratorio, e s'erano incazzati tutti: papà no, papà mi aveva detto che avrebbe fatto finta d'incazzarsi di fronte agli altri, perché incazzarsi per una sigaretta non ti fa passare la voglia di fumare, devi capire che è una stronzata fumare per non cominciare. E come disse lui, una volta, "credeva d'aver un figlio furbo", ma di farlo smettere dicendogli di non uscire, beh, era soltanto un invito a nozze per tutte le Pall Mall Light che sarebbero seguite.

- Dove vuoi andare a vivere? mi chiese.
- In un posto tranquillo.
- Ma ce l'hai, un'idea?
- Non lo so, pà.
- Bene, è sempre bello avere le idee chiare.
- Però vorrei star tranquillo, senza gente che mi scassa il cazzo intorno.
- Eh certo, e bevve un altro goccio di grappa.

Feci un altro sorso anch'io, poi papà fece una di quelle cose che non mi aspettavo. Abbassò il volume della tv, s'alzò, posò il bicchierino su un mobile e andò a prendere un cd dalla credenza. Tornò, mise su la musica. Poi, mentre il cd cominciava, prese in mano il bicchiere e tornò a sedersi.


- Dice che i colori della serenità hanno le sfumature di un luogo dove si possa ascoltare Django Reinhardt senza che nessuno possa interromperti, disse tutto di un fiato e io rimasi allibito.
- Come hai detto, papà?
- Niente, non ho detto niente.



Io quella frase non l'ho mai sentita, e francamente non l'ho mai capita. Credo di aver sentito "colori", "fiato", e "Django", anche per il fatto che quella sera stavamo ascoltando proprio Django. Usai quelle parole per farmi un'idea di cosa avesse detto mio padre, della casa che dovevo trovare.

Un posto dove potessi ascoltare Django, senza che un fiato potesse disturbarmi. Dei colori non sapevo che farmene, per questo eliminai subito il concetto dal periodo. 


Guardai papà mentre finiva la sua grappa, io finii la mia.  Continuammo ad ascoltare Django Reinhardt, ancora un po', quella sera. Fuori continuava a piovere.