giovedì, marzo 07, 2013

A casa con Django - Un racconto 87



Il salotto era fumoso e nella penombra come al solito, con gli olezzi della cucina dove papà cucinava il suo risotto senza che potessi fermarlo, al momento di caricare d'aglio la pietanza.

Ma era così buono, quell'odore di cibo che ti impregnava i vestiti, che quasi mi stupivo dello rimanerne assorto, come un bambino per la prima volta di fronte all'intera saga di Star Wars.

Quella sera mangiammo, poi ci accomodammo lì, sul suo divano. Beveva della grappa chiara, in un bicchierino di vetro lucidato alla perfezione. Era assorto nei pensieri, la televisione trasmetteva un tg, e fuori pioveva.

- Papà, gli dissi, com'è che siamo finiti per diventare vecchi?

- Si diventa sempre vecchi, ad un certo punto.
- Dico, come siamo diventati vecchi da non riuscire più neanche a credere che ci sia un futuro.
- Solo quando mangi il risotto, diventi così poeta. 

Soli nel suo salotto, guardavo l'uomo che m'aveva generato giochicchiare con quel suo bicchierino, sorseggiare la sua grappa come ogni sera che mi trovavo a passare con lui, ascoltare le notizie e dire solo "Mah" o "Beh".


Ogni tanto, ma solo ogni tanto, ascoltavamo musica. Ma me ne accorgevo perché, arrivando prima di mangiare, lui già la stava ascoltando. E quasi sempre era musica che mi stupiva, mi affascinava, roba mai ascoltata prima.

- Il risotto era buono, papà.
- Eh. Vuoi bere qualcosa?
- Dai della grappa anche a me.

S'alzò e andò a prendere un bicchierino uguale al suo, poi me lo portò, mi porse il suo e li battemmo per brindare, chissà a cosa.

- Così, è andata, mi disse. Finita, finita.
- Già.
- Ma perché?

- Perché era giusto così, risposi io, non c'amavamo più.
- E ora, dove starai?

- Starò per un po' via di casa, poi troverò un altro posto, dove stare.
- Giri, come i vagabondi.
- Sì, una specie.
- Eh, ma mettiti a posto, disse lui quasi alzando la voce, come se stesse per incazzarsi.

- Che posso fare, papà?

Lui, zitto. Fece un altro sorso di grappa. L'odore di riso s'era assopito nell'aria, ora c'era solo odore di salotto-di-papà e del suo dopobarba indistruttibile.

- Non so se potessi fare altrimenti, aggiunsi.
- Beh, io questo non lo so. Sei grande, ormai.

Quando mi diceva "Sei grande, ormai", mi sentivo come quella volta che mi aveva rimproverato davanti a scuola, in terza elementare, perché la maestra aveva detto che non andavo bene in matematica. Oppure quando mi avevano beccato a fumare in oratorio, e s'erano incazzati tutti: papà no, papà mi aveva detto che avrebbe fatto finta d'incazzarsi di fronte agli altri, perché incazzarsi per una sigaretta non ti fa passare la voglia di fumare, devi capire che è una stronzata fumare per non cominciare. E come disse lui, una volta, "credeva d'aver un figlio furbo", ma di farlo smettere dicendogli di non uscire, beh, era soltanto un invito a nozze per tutte le Pall Mall Light che sarebbero seguite.

- Dove vuoi andare a vivere? mi chiese.
- In un posto tranquillo.
- Ma ce l'hai, un'idea?
- Non lo so, pà.
- Bene, è sempre bello avere le idee chiare.
- Però vorrei star tranquillo, senza gente che mi scassa il cazzo intorno.
- Eh certo, e bevve un altro goccio di grappa.

Feci un altro sorso anch'io, poi papà fece una di quelle cose che non mi aspettavo. Abbassò il volume della tv, s'alzò, posò il bicchierino su un mobile e andò a prendere un cd dalla credenza. Tornò, mise su la musica. Poi, mentre il cd cominciava, prese in mano il bicchiere e tornò a sedersi.


- Dice che i colori della serenità hanno le sfumature di un luogo dove si possa ascoltare Django Reinhardt senza che nessuno possa interromperti, disse tutto di un fiato e io rimasi allibito.
- Come hai detto, papà?
- Niente, non ho detto niente.



Io quella frase non l'ho mai sentita, e francamente non l'ho mai capita. Credo di aver sentito "colori", "fiato", e "Django", anche per il fatto che quella sera stavamo ascoltando proprio Django. Usai quelle parole per farmi un'idea di cosa avesse detto mio padre, della casa che dovevo trovare.

Un posto dove potessi ascoltare Django, senza che un fiato potesse disturbarmi. Dei colori non sapevo che farmene, per questo eliminai subito il concetto dal periodo. 


Guardai papà mentre finiva la sua grappa, io finii la mia.  Continuammo ad ascoltare Django Reinhardt, ancora un po', quella sera. Fuori continuava a piovere.










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