venerdì, aprile 12, 2013

Goodbye, Holden - Life in Technicolor part 189


Mamma mi racconta sempre di quella sera che ero tornato dalla selezione, e dissi, mentre mi serviva da mangiare, "Io lì un giorno ci vorrei andare a lavorare".

Me lo racconta sempre parlandomi di quanto avessi detto quella frase fra il serio e il sospeso, come se un po' già lo sapessi che sarebbe finita così, ma un po' lo immaginassi come un sogno. 

Già era un sogno entrarci per studiare, alla Scuola Holden: figurarci lavorare.

Era il 2006, e i mondiali ancora non li avevamo vinti. Poi alla Scuola mi presero. Cominciai il 18 ottobre, e ci fece lezione il preside, Alessandro Baricco: e non l'ho mai detto a nessuno, che io di suoi libri, a quel tempo, non ne avevo letto nemmeno uno.
 

Alla Holden ci arrivai come studente e quello fu già un successo, per me che venivo da una storia fatta di denti da modellare con la cera, scaffali da riempire la notte in un grande supermercato della periferia, tazzine da lavare in un bar, bottiglie da aprire ai tavoli (per lasciarle bere ad altri): tutto per inseguire un traguardo, la laurea, che agli albori del 2000 più che improbabile pareva essere irraggiungibile. 

Sembrava essere impossibile, eppure quei due anni trascorsero a colpi di racconti stroncati, litigate con i compagni di master e amicizie indistruttibili, storie immaginate, abbracci, pianti in macchina quando nessuno ti vede, migliaia di telefonate prese al call center, e la soddisfazione che tutto stesse capitando perché ero stato io a sceglierlo, andando in una banca e facendomi dare quasi 8000 euro per pagare tutto quel sapere che mi veniva donato, giorno dopo giorno.

Ho imparato un sacco di cose, in quei 2 anni. Sbuffando, arrabbiandomi, picchiando i muri tanto che le nocche facevano male da morire, perché ciò che volevo essere, io, la mia scrittura e quello che avevo da raccontare: niente sembrava riuscire come lo avevo immaginato.

Quando finì il master scrissi del senso che era rimasto, un misto di rabbia e voglia di fare. La chiamai "rivalsa", quella roba lì. Era il 2008 e a 26 anni era tutto come quando era cominciato, ossia: da scrivere. Avevo studiato per 2 anni come fare, ma ancora non sapevo da che parte cominciare.

Quel che non sapevo, però, era che sarebbe cominciato un cammino lungo 5 anni, articolati fra curve e fatiche, soddisfazioni e dolori, sorprese, entusiasmi, scoperte, delusioni, rimproveri, risate, pranzi e cene e notti e feste che sembrano non finire mai, trasformazioni, amicizie, treni presi la mattina presto o che stavano per partire e tu sei ancora bloccato in un taxi nel traffico di Milano e lo prendi rischiando l'infarto perché ti metti a correre all'impazzata, e ancora: libri, idoli incontrati e con cui diventi pure amico, insegnamenti.

Mamma, ogni volta che tornavo a casa sua incazzato per qualche motivo, mi ricordava quella cena lì. "Hai sempre sognato di lavorare alla Scuola Holden", mi diceva. E io mi incazzavo ancora di più, perché era vero: io stavo nel posto dove avevo sempre sognato di essere, dopo che avevo vissuto i due anni che avevo sempre sognato di vivere: da Holdeniano.

Ma i sogni sono dolorosi, soprattutto se li vorresti sempre belli e perfetti e loro non fanno quello che dici tu. Ho sempre immaginato la Holden come una di quelle ragazze di cui ti innamori e ti fanno soffrire un po', non sempre, però tu continui ad amarle più di prima anche quando ci litighi pesante per settimane: come a uno di quei sogni che quando ti svegli ti lasciano talmente male che per tre giorni non sai bene se sei ancora tu, o sei già diventato un altro. Per questo sono dolorosi, perché li vivi, non li guardi come fai con un film.

Alla mattina presto, quando arrivavo prima delle sette, mettevo sempre Hurt dei Nine Inch Nails. Fuori c'era il terrazzo, il cielo, guardavo Torino e mi dicevo: "Ora, quella rivalsa, dove sta andando?" e non capivo che camminavo in un sogno e stavo andando verso la mattina, quando mi sarei svegliato e ad attendermi ci sarebbe stato il mondo intero. Sarebbe stato come diceva la brochure che avevo letto quando avevo scelto di provarci: "Là fuori è un mondo difficile", e io ci stavo arrivando, là fuori.

Quelle parole erano scritte in un modo che poi ho imparato ad apprezzare, uno stile inconfondibile che ho appreso da una delle tante persone speciali che ho incontrato in questi 7 anni, e che mi ha insegnato molto. Non è un caso, forse, che a forza di imparare da lui oggi mi ritrovi a ripercorrere le sue orme, anche nel commiato.

Perché sì, è arrivato il mattino. Il sole sorge, le strade si riempiono di auto tutte uguali, e di sogni non si riparla fino a sera.

Lascio la Scuola Holden per vivere il primo giorno del resto della mia vita: e ancora non mi sembra vero.

È ora di ripartire. C'è ancora spazio, un ultimo spazio, per voltarsi indietro e guardare questi anni. Per dirsi "bravo così" magari per la prima volta nella vita, e dire a chi ti ha accompagnato "grazie a tutti", "mi mancherete" o anche "non mi mancherai" (a qualcosa sì, mica tutto è perfetto), "qui rimane un pezzo di me",  "ho sempre dato tutto ciò che avevo e sono felice di averlo fatto", "avevo ragione".

Mamma continuerà sempre a ricordarmi quella cena, perché in fondo la vita è fatta anche di cose che si immaginano, e solo per questo si realizzano. Sempre quella persona lì, quella che vi dicevo prima, mi ha lasciato un insegnamento di quelli che mi guideranno per sempre: "Non succede nulla se prima non lo immagini". Ci scrissi anche un post, pensando a quella frase. Fu uno dei lavori che abbiamo fatto insieme, inventare quella frase lì per una campagna, la prima fatta insieme: quella del 2009. Uso il plurale solo perché io ero al suo fianco, ne discutemmo, ma era come Luke Skywalker con il maestro Yoda, io imparavo e lui mi insegnava: e insieme a quella frase mi veniva donata una via, una visione, un qualcosa che ancora oggi adopero per fare tutto ciò che faccio. In effetti non la ringrazierò mai abbastanza, quella persona lì: anche, e soprattutto, per questo.

Era l'ultimo miglio della mia rivalsa e non lo sapevo. Ciò che mi mancava per diventare grande, per svegliarmi da un sogno che è stato magnifico e doloroso e che ora non mi lascia sballottato per tre giorni, ma che mi motiva per diventare sempre di più ciò che voglio diventare.

Immagina ciò che vuoi essere, e lo sarai. Immagina la tua storia, e la scriverai. Immagina il tuo futuro, e sarà proprio così, proprio in quel modo lì.

Ecco. Ora che mi sono voltato indietro, per un attimo, posso anche prendermi il lusso di smettere di essere io, sempre incazzato, sempre spigoloso, sempre rabbioso, e lasciarmi andare: guardo questi anni qui, nel mio sogno dal nome Scuola Holden, 7 lunghi anni in cui tante volte ho immaginato come sarebbe stata la mattina del risveglio.

Sarebbe stata così, ragazzo. Una lunga summa di pensieri, alcuni belli alcuni brutti, sospirati in notti che neanche tu sai d'aver vissuto: una lunga scia di speranze, che distintamente puoi vedere nel cielo che sovrasta non solo il tuo amato terrazzo (quanto ti mancherà, quel fottuto terrazzo), ma anche tutta Torino e il mondo intero.

Mamma tanto rimane a casa, pronta a ricordare con il sorriso di quando è felice quella cena in cui dissi ad alta voce: "
Io lì un giorno ci vorrei andare a lavorare.".

Ecco, ragazzo, il sogno l'hai esaudito: e ora che sei sveglio, continua a sognare. Ricordando 7 anni magnifici, faticosi, formativi, dove sei diventato grande ma non ancora ciò che vuoi essere.

È stato bello, Scuola Holden: grazie. Ti porterò con me per molte cose belle, alcune bellissime e imprevedibili che spero non finiscano neanche quando morirò, ferite che forse non si rimargineranno mai e altre che mi hanno fatto diventare, finalmente, uomo.

Questa è l'ultima cosa da dire, dopo essersi svegliati.

Prima di uscire di casa e chiudere la porta alle spalle lasciando anche un po' il letto sfatto.

E ora, che la mattina cominci.






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