mercoledì, maggio 29, 2013

On the road - #StorieAlMattino 02



Sguardi all'azzurro buttati nel centro di città. Il cammino che si traveste da routine, negli occhi di chi incroci sul marciapiede. 

Di bambine vestite da donne che hanno ancora addosso la timidezza di chi si vergogna a farsi guardare. Di uomini adulti felici d'esser lì, così, in quel momento. Di persone, magari senza espressione, che mentre camminano puoi legger loro addosso che stanno cercando, come si cercano i portafogli in casa, quando non li si trova: solo che cercano altro, e già sei fortunato se riesci a dar un nome a quella roba lì.

Sguardi all'arancia buttati nel centro di città. Arancia che profuma l'aria, è il caldo che porta con sè l'aria di fine maggio, anche se intorno ancora rimane una patina invisibile che si impregna alle tue mani e non le fa esser più pulite. Degli alberi che rimangono silenziosi e si muovono piano, con le loro irregolarità sul tronco tentano di serbare quel loro essere belli. 

Sguardi vivi colorati di verde pastello e buttati già sulla strada che porta fuori, lontano. Che va verso ovest, passa da San Sebastian fino ad Oviedo e La Coruna, poi torna indietro, verso Madrid e all'ultimo vira verso Pamplona fino ad arrivare a costeggiare il piccolo mare. 
Sguardi colorati di bianco perlato e buttati lontano, corrono verso nord, verso l'Atlantico e verso La Rochelle, con il suo mare e i suoi sogni rimasti chiusi in quegli stessi sguardi, che cambiano in continuazione ma gli occhi sono sempre quelli.

Sguardi di notte buttati da un promontorio di cui nessuno saprà mai nulla.

Sguardi di asfalto nei passi di ogni solstizio e ogni equinozio, quando scorre il tempo e la strada scorre con lui, anche quando il cemento si sgretola e tocca camminare, a piedi nudi, sullo sterrato di polvere e pietre, e la pelle si lacera e ti tocca andar avanti perché indietro non si può tornare.

Sguardi di sogno e di profumi di Europa, delle onde di mari visti da lontano, su colline piene di vento e di speranza. Di parole e di silenzi, sguardi di tutte le forme buttati in cima ai pensieri e ai desideri, ai racconti di chi c'è, alle voglie di stare qui, ancora camminare, respirare.

Sguardi di Torino e buttati quaggiù, una mattina, nati guardandosi intorno: tanto nessuno se ne accorge.

Sguardi di veglie notturne, mentre puoi sentire ancora una volta il brivido di quando il viaggio comincia, tutto t'attende, e i tuoi sogni interrotti vengono via con te.





martedì, maggio 21, 2013

Le cose che ho da fare - Life in Technicolor part 193



Stavo pensando alle cose che ho ancora da fare, prima di morire. Voglio dire, le cose che mi piacerebbe fare, prima di morire.

Bene, direte voi. Diccele. Ci arrivo, ma prima fatemi dire ancora una cosa.

Ci sono cose che si sognano, alcune sono semplici altre meno, alcune le farai di sicuro, altre no, altre ancora forse. Alcune basta solo scegliere di farle, altre ci va impegno, altre ancora tempo, altre ancora soldi, altre ancora non le farai mai e stop.

Però nello spazio dei sogni, in quello ci stanno tutte.

Eccole, allora, non in ordine d'importanza ma assolutamente casuale. Di seguito, come se niente fosse.

1. Ascoltare un concerto blues, a New Orleans.
2. Passeggiare a piedi nudi in montagna, d'estate.
3. Comprare una moto.
4. Avere un cane, un pastore tedesco per la precisione, che chiamerò come il primo che ho avuto: Lothar.
5. Una cosa speciale.
6. Rivedere in concerto Paolo Conte, possibilmente conoscerlo per ringraziarlo.
7. Tornare alle 5 terre.
8. Stare in pace con me stesso.
9. Vedered al vivo i Nine Inch Nails (vengono il 28 agosto a Milano, qualcuno va?).
10. Ridere.
11. Piangere un po' di più.
12. Ascoltare un concerto jazz, a New York.
13. Dormire un po' di più.
14. Smettere di fumare.
15. Imparare a colpire con il gancio e con il montante.
16. Tornare a cavalcare.
17. Andare a Londra.
18. Uscire più spesso con i miei amici Fabrizio e Peppe, che non vedo proprio mai.
19. Realizzare quel sogno che immagino sempre quando vado a correre, anche se è sempre diverso.
20. Pregare di più.
21. Mangiare un po' meglio.
22. Indossare ancora una volta, l'ultima, la maglia del Lingotto e possibilmente congedarmi con un goal.
23. Stare tranquillo quando vedo che qualcosa non va come dico io.
24. Comprare un ombrello e smettere di camminare sotto la pioggia quando piove. Vabbè, questa non è poi tanto grave e poi a me piace camminare e correre sotto la pioggia, quindi la cancello.
24. Perdonarmi quando sbaglio.
25. Comprare una casa.
26. Vivere, una casa.
27. Non far più cadere l'iPhone per terra.
28. Comprarmi una giacca nuova.
29. Dimagrire ancora e mettere un po', giusto un pochino, di muscoli in più.
30. Rispettare di più i miei amici.
31. Telefonare più spesso a Paolo.
32. Andare a trovare più spesso mamma.
33. Vincere un O. e andare a ritirarlo a C.
34. Scrivere un testo bello come questo.
35. Bere meno Negroni.
36. Bere più vino bianco.
37. Scrivere un romanzo, il mio romanzo, quello che mi ha spinto a fare la Scuola Holden.
38. Continuare quella cosa speciale che dicevo a punto 5. con una roba altrettanto speciale.
39. Smettere di pensare.
40. Continuare a immaginare.
41. Parlare di più inglese.
42. Imparare il francese.
43. Andare a cena con Bar Rafaeli, facendole presente che prima di me ci era riuscito solo Leonardo Di Caprio.
44. Comprare una moto e andare in giro, da solo, quando sento che ho bisogno di andare in giro da solo.
45. Fare un on the road, in 3 posti del mondo differenti.
46. Ricordarmi sempre, quando esco, i fazzoletti.
47. Ascoltare di più Bruce Springsteen.
48. Imparare a non mescolare i calzini, puntualmente spaiati.
49. Fare almeno un reading all'anno.
50. Perdonare.
51. Essere ospite, per una volta, di Fabio Fazio a Che Tempo che Fa.
52. Migliorare la mia calligrafia.
53. Andare a vedere più spesso mio fratello mentre fa karate.
54. Leggere di più.
55. Ascoltare la musica che ho sull'hard disk, decine e decine di album.
56. Guidare una Pontiac GTO.
57. Conoscere Billy Corgan, anche se forse non è più il Billy Corgan che volevo conoscere.
58. Andare a vedere un concerto dei Radical Face.
59. Bere un bicchiere di Jack Daniel's a Parigi, ascoltando musica dal vivo in un bristrot.
60. Prendere più treni possibili e scriver tantissimo mentre viaggio.
61. Imparare a memoria "Fango" di Lorenzo Jovanotti e ripeterla all'infinito quando mi sento solo.
62. Fare quella cosa che mi piace immaginare sempre, cantando una certa canzone di Will Smith, il tutto a L.A.
63. Non aver paura del futuro.
64. Tornare a Sperlonga, su quella spiaggia lì sulla cui sabbia una volta ho scritto con le dita una bella cosa.
65. Farmi una foto come quella che mi piace tanto.
66. Imparare a memoria "Lose Yourself" di Eminem e canticchiarla ogni volta che mi va.
67. Tornare una volta all'anno in Valle Stretta.
68. Non arrabbiarmi se il tempo passa troppo in fretta, o troppo lento. 
69. Imparare da Simo la pacatezza.
70. Innamorarmi come un pazzo, senza paura di innamorarmi come un pazzo.
71. Fare grandi i #LaRochelle.
72. Usare di più l'incenso.
73. Fare una grigliata dove invito tutti i miei amici, ma proprio tutti. E loro ci vengono!
74. Palleggiare con Del Piero, almeno una volta.

75. Tenere sempre più parole da parte.
76. Credere che tutto ciò che ho scritto prima si possa fare.


Forse altre me ne verranno in mente, non lo so. Per ora mi accontento di queste. E ora, vediamo se riesco a realizzarne veramente qualcuna.


venerdì, maggio 17, 2013

Finestrini - #StorieAlMattino 01



Marco guarda fuori dal bus mentre il mal di testa da sbronza della sera prima comincia a montare. Poggia la fronte sul vetro, prova a chiudere gli occhi un attimo sentendo il fresco entrargli sotto la pelle, ma non basta. I sobbalzi sull'asfalto bucato dalla pioggia, le voci di quattro ragazzine che vanno a scuola e stanno in fondo al pullman, il traffico. 

Marco sente la città ruotargli attorno mentre il bus lo porta al lavoro, e mentre la mattina comincia  guarda sciogliersi nel suo mal di testa i sogni di ragazzo, mentre la pioggia continua a cadere, riempiendo le buche sull'asfalto che lei stessa ha creato.

Entra un vagabondo sul bus, ha con sè una borsa enorme nera e alle dita tiene un sacco d'anelli di quelli che vendono gli ambulanti nelle zone pedonali. Quella specie di valigia si incastra fra i pali del bus, un signore con la barba bianca entra e lo sposta di malo modo, a dare una mano al vagabondo ci si mette un ragazzo di colore, che gli toglie la sacca dal palo e lo aiuta, ridendo. 



Marco guarda la scena e torna ad osservare le macchine. Che città, la mattina. Non c'è il sole ma la gente è viva, un tizio mangia qualcosa da un sacchetto bianco di una panetteria mentre guida, una signora parla con il figlio, una ragazza corre per cercare di prendere il bus e alla fine ce la fa perché l'autista l'aspetta.

Marco guarda tutto dal finestrino ed è la vita ad essere un viaggio, fatto di semafori e di odori. Il mal di testa monta e il sedile di fianco a quello di Marco è libero, arriva una ragazza con i capelli lunghi neri, ci si siede e anche lei comincia a guardare fuori dal finestrino, prima di spostarsi in un altro posto, questa volta singolo, e cominciare a guardare fuori in un posto tutto suo. 

E mentre il cielo non si capisce schiarisca o se continui a rimanere buio d'autunno, Marco guarda la città essere attraversata da molti occhi che stanno dietro i finestrini, chissà a cosa pensano si chiede, se anche loro guardano sciogliersi i sogni in un mal di testa da sbronza della sera prima, chissà se anche loro si sentono persi, chissà se anche loro non sanno quali risposte darsi alle domande che ci si fa mentre si guarda la città farsi attraversare da quei mille-e-chissà-quanti-altri sogni.

martedì, maggio 14, 2013

Le parole che tengo da parte - Life in Technicolor part 192



Jessie prende e scappa. Jessie prende e ama. Vive la cazzo di città come fosse una pista da ballo, Jessie rompe gli schemi, Jessie è bella e sa di esserlo, Jessie corre, Jessie non si ferma mai, Jessie piange di nascosto perché non vuol far troppo rumore, Jessie beve una birra e dopo le gira la testa, ma non importa: basta che non si scopra, Jessie, basta che non esca fuori quello che ha dentro.


Jessie ha paura di essere sè stessa, Jessie crede che in fondo non può andare bene così com'è, e allora Jessie prende e si nasconde dietro Facebook, dietro una maschera. Jessie si ferma là dove invece c'è potrebbe provare ad andare lontano. Jessie non sa che nello specchio c'è la cosa più bella che c'è. 

Jessie è come fosse un verso di poesia, mettici dentro un'immagine ed esce fuori la completezza, il saltuario modo d'esser perfetti che tutti hanno e che prima o poi scoprono. Si è perfetti nell'imperfezione, ma questo Jessie non lo sa. Per lei le poesie son solo quelle che finiscono in rima baciata, pazienza che le parole sono infinite e non serve ripetere le stesse cose per descrivere ciò che guardi, perché puoi dirlo in maniera diversa. 

Jessie è la protagonista del romanzo che forse non scriverai mai. Jessie è là, nella musica di una canzone e nelle parole che avrai sempre da parte, solo per lei. 

Perché in fondo Jessie è imprevedibile. Hai visto mai, che un giorno ritorni.


venerdì, maggio 03, 2013

Andare - Life in Technicolor part 191




Oggi è uno di quei giorni in cui basta un pezzo dei Silverchair per farmi ricordare tutte le emozioni che stavano dietro il finestrino di un treno che passava da Airasca a Nichelino, che avevo preso qualche volta nel maggio del 2000.

Salivo e mi mettevo nello scompartimento dove si sale, con il walkman che non smetteva di suonare Emotion Sickness, Miss your Love, Abuse me, Ana' song, Cemetery, o Tomorrow, e fumandomi una Pall Mall Blu cominciavo a guardare il paesaggio. None, Candiolo, e infine Nichelino. 20 minuti di viaggio circa, di cui ricordo ancora odori, colori, rumori.

Fuori, là dove il paesaggio scorreva, c'era altro. C'era la speranza, e i sogni. E la voglia di andare. Dove, non sapevo. Andare: avevo voglia di fare quella roba lì.

Di vedere prati e cieli, mari e sentieri, respirare aria e prendere fiato, poi magari urlare o bere una Moretti mentre il sole scende e arriva la notte. Ascoltare la musica sdraiato su una collina o in spiaggia, poi camminare, correre, guidare su strade che non avevo mai percorso, oppure guardare il paesaggio da dietro il finestrino di altri treni, altre tratte, altri mondi.

Andare, insomma.

Quel maggio del 2000 guardavo il mondo così e non mi sembrava strano che la colonna sonora di quei pensieri fossero i Silverchair, che nel mio immaginario erano i veri cloni dei Nirvana, chissà perché. Ragazzi che avevano sfondato a 18 anni e che cantavano la musica che mi serviva per cominciare a guardare oltre i miei, di 18 anni.

Andare. Ho voglia di andare e guardare ciò che c'è intorno a me con la serenità che tanto, prima o poi, si torna a casa. E' una sensazione che ritorna, ciclicamente, appena arriva maggio e c'è quell'aria che preannuncia tre mesi dove ogni notte avrai voglia di farti una birra in spiaggia, correre, scappare, dormire, suonare all'aperto oppure star seduto a guardare il cielo, tranquillo perché non pioverà: insomma, essere felice.

Ho voglia di andare e per un po' dimenticarmi che c'è una vita reale, ma solo provare a immergermi in ciò che vedevo, un maggio del 2000, da dietro il finestrino di un treno che parte da Airasca e arriva a Nichelino.

Quando guardare fuori, in piedi in uno scompartimento dove ancora si poteva fumare, mi sembrava scappare e trovare uno spazio fatto di colori, sogni, speranza, felicità.

Andare.