domenica, giugno 16, 2013

Quella notte sono passato su Corso Novara - #Frammenti



La collina è verde e il cielo la riempie come fosse una cartolina. Di tutti gli scorci, nessuno potrebbe essere più abituale: Superga, le rotte degli aerei che guardi e che non hai preso, e le auto che sbucano da 3 direzioni.

Ogni volta che ci sono passato, da quella volta, si è isolato come un attimo fine a sè stesso: una parentesi, quasi. Era ed è un'entrata e un'uscita dello spazio di qualche secondo, come scivolare nel contesto di una Torino che non sarà mai abbastanza sorniona da fermarsi e chiederti: "Perché alla mattina presto si passa dalle strade più anonime che ci sono e non sono mai come te le aspetti?".

Come Corso Novara. Una di quelle strade che eviti perché sono, oggettivamente, senza un punto su cui fermarti a guardare e dire che quel punto lì non c'è in nessun altro posto. Ci sono i semafori e gli alberi ai lati delle strade, ci sono i controviali e c'è il traffico che solo alla notte rallenta, fino a fermarsi.

- Balla con me.

Cominci a ballare fino a non poterti più fermare, quando te lo senti chiedere con quegli occhi lì. Ed è tutto un muoversi, altrove. Tanto non sai che passerai, ad un certo punto della notte, dalla strada che mai avresti pensato avrebbe potuto diventare, improvvisamente, unica.

Delle strade di Torino che hai percorso tutte, ma non quella.

Ed era stato così anche per me, fino a quella notte dove in un attimo era cominciato un ballo. Ballo... Parola grossa. Una sorta di vortice fatto di parole e di misture, composte prevalentemente di immagini e di ricordi. Di perché e di dove, di sorrisi e di silenzi. Di parole, anche: ma non troppe. Quelle stavano nella mani che per un attimo si erano unite, poi impaurite si erano lasciate andare anche se loro, le mani, quando si erano trovate avrebbero voluto tenersi ancora strette.

Ed era una notte qualsiasi, che scorreva nei miei pensieri quando, per caso, mi ritrovavo a transitare di notte o di giorno da quelle parti. Entravo ed uscivo in una parentesi che si apriva e si chiudeva in automatico: ed era solo l'immagine di qualcosa che c'era stato, lì, proprio lì: in corso Novara.

Quando tutto era già finito, eravamo passati da lì. In auto. Io e te, perché a te parlavo ogni volta che mi ritrovavo in quel posto lì. Erano finiti i ricordi, erano finiti i silenzi, erano finite anche le sigarette: ma soprattutto, era finito il tempo. Il traffico si era già esaurito, e la notte si spegneva.

Come si spegne la notte? Te ne accorgi quando un semaforo rosso o uno verde può cambiare la vita. Nel mio caso, era cambiato con uno stop improvviso, la nostra auto che si ferma perché è il turno di altri, per passare (ma loro non ci sono, loro sono a casa e dormono: mentre noi eravamo là, solo noi). E noi eravamo fermi, il motore acceso, la radio spenta.

- Perché tieni la mano vicino alla bocca?

Perché voglio rimanere fermo, avevo risposto. Perché certe cose rimangono perfette solo quando qualcosa finisce per far cominciare qualcos'altro. Ed ecco che, ogni volta che rientravo in quella parentesi, e poco prima che si richiudesse e mi risbattesse fuori e da corso Novara mi ritrovassi su corso Regina e via, su corso Casale o ovunque stessi andando, ripensavo alle mani - le nostre - che si ritrovavano, le tue che sposavano la mia, poi gli sguardi che si incontrano, poi io che mi muovevo.

Era bastato un attimo. Un solo attimo.


Non so quanto sia passato da quel momento, so però che ogni volta che mi ritrovo lì si apre e si chiude una parentesi e non posso far altro che accettare di entrarci per pochi attimi, per poi uscirci.

Ora, ogni volta che ripasso da corso Novara, c'è quella notte che riempie la via. Si insinua nella vista di Superga, del cielo, del traffico, degli edifici tutti uguali e di un semaforo che diventa rosso e torna verde e poi ridiventa rosso e ritorna verde, all'infinito: anche alla notte, quando non c'è nessuno. Ed è prepotente, violento, doloroso, è bellissimo, è unico, è una svolta, è ciò che rimane e ciò che mi dice che c'è il tempo anche quando il tempo è finito. Si apre e si chiude quello spazio, e io divento per un attimo - ancora - quello spazio, quel momento. Non posso far altro che rimanere zitto, prima e dopo. Durante, solo lì riesco a parlare di ciò che serbo per me.

E nessuno se ne accorge, fino a che il mio silenzio spacca in due Torino e ciò che la circonda: solo, unicamente, perché parlare è soltanto rompere un equilibrio. Anche quello doloroso, autentico ma vivo come quella parentesi in cui entro e da cui esco quando in macchina transito per quel pezzo di città, senza che abbia bisogno di raccontarlo.

Chissà se fossi passato da un'altra parte, oggi forse non guarderei Corso Novara con quegli occhi lì. Forse sarebbe ancora anonima, vuota, senza punti che la distinguano dagli altri grandi corsi di Torino.

E invece sono passato da lì.


- #Frammenti è un teaser di una roba che sto scrivendo. Ogni tanto sbucherà da queste parti. -






giovedì, giugno 13, 2013

Quel pomeriggio alla stazione di Milano (ovvero: come ti scrivo un libro) - Life in Technicolor part 195

Di tutte le cose che ho sempre desiderato fare (o che vorrei fare: tempo fa ho scritto un post al proposito) c'è sempre stato lo scrivere un libro.

Immaginavo di scriverne uno fantasy, quando avevo 12 anni: e in effetti ho anche cominciato, con il mio primo Pentium, su wordpad perché Office ancora non lo avevo.

Poi vennero altre storie, brevi frammenti di progetti che sono diventati, da quando esiste il Diario, collage più grandi e articolati, a volte incompleti, che immaginavo come la logica evoluzione di ciò che su carta non mi sarebbe mai potuto venire bene.

Una storia, su carta.

Poi ho conosciuto Alberto. L'ho conosciuto in quella piccola grande famiglia che è il clan di NinjaMarketing.it, grazie anche alla fiducia che mi accordò Martha (quante volte ti dovrò dire grazie, Martha, per poterti far capire quanto sei stata importante e decisiva nella mia vita?), e fin da subito capii che di fronte non avevo solo un ottimo professionista, ma anche un potenziale ottimo amico. Così è stato.

Grazie ad Albi e ai post scritti su NinjaMarketing.it ho appreso molto di ciò che oggi è il mio lavoro, mi sono appassionato, ho capito che potevo andare oltre i limiti che mi ero dato.
Pensate che io Albi dal vivo l'ho incontrato per la prima volta a Milano, pochi mesi fa. Ed era incredibile, perché intanto avevamo parlato molto di qualcosa da fare insieme, un progetto, un saggio, un percorso formativo, qualcosa insomma: tutto via email. E a forza di scriverci, scriverci, scriverci, nacque l'idea di scrivere un libro insieme: le mie e le sue competenze, insieme, per un risultato che volesse essere la summa di ciò che vogliamo realizzare nel nostro lavoro, in ciò che crediamo sia il futuro del web marketing e in generale del modo di parlare in Rete.

Ecco: io la prima volta che ho visto dal vivo Albi ero alla stazione centrale di Milano. E quando ci siamo salutati avevamo già un nostro libro in stampa, "Digital Content Marketing - Storytelling, Strategia,
Engagement" (grazie a Lindau per la fiducia), e un corso on line per la NinjaAcademy programmato per luglio con noi come docenti. Gli ho stretto la mano e l'ho abbracciato, e ripensando a quel pomeriggio, penso che in fondo il mondo di Internet è fatto intanto da ciò che lasciamo qui e lì, e ognuno può diventare protagonista se ha lo spirito di emergere con ciò che è.

Esattamente come capita quando si lascia un commento su una brand page di Facebook, o si trolla un potente diventare l'ennesima twittstar. O, in maniera più stilistica e lineare con le tematiche del nostro marmocchio cartaceo, si raccontano storie per parlare di prodotti e consumo.


Nelle pagine di quel libro c'è molto di più che una semplice raccolta di nozioni, almeno per me. C'è il primo passo per diventare ciò che voglio essere. Un passo compiuto con un amico, in un mondo bello e per certi versi tutto da scoprire: in attesa che esca il mio romanzo vero, quello che ho sempre sognato di scrivere, beccatevi questo tomo, e se siete interessati, anche il corso on line che terremo. Non ve ne pentirete.

E concedetemi, in chiusura di post, un'altra piccola riflessione.

Non avrei mai immaginato di potermi fregiare del titolo di "scrittore" grazie a un libro come questo, ma ripensando a quel giorno alla stazione di Milano, ripensando a come è nato tutto questo, ripensando alla fatica di scriverlo, ripensando alla voglia che ci abbiamo messo e all'impegno profuso, ecco: ripensando a tutto questo e alla soddisfazione di poter dare la mano ad Alberto quando il viaggio era già abbondamente cominciato e tutto stava andando come speravamo , vi posso assicurare che la cosa mi inorgoglisce moltissimo, anche se quel cazzo di romanzo che ho in testa da 7 anni non sarà il primo libro che avrò scritto.

Tanto arriverà anche quello. Perché, come amo dire ripensando al mio amico/maestro Gianluca, "Non succede nulla se prima non lo immagini". E io continuo ad immaginare, a prescindere da tutto.





giovedì, giugno 06, 2013

Sulle emozioni e sui sentimenti - Life in Technicolor part 194

C'è una sensazione che mi porto dietro da sempre. La posso sentire forte quando ripenso a quando, nel 2005, andando verso Barcellona scollinai in auto i Pirenei.

Trovammo sui monti enormi pale eoliche e, al confine fra Francia e Spagna,  le colonne che puoi vedere fin da lontano, e la strada era enorme e bellissima. E mentre l'auto andava, nessuno di quelli che viaggiava con me sapeva che serbavo un'idea disperata e bellissima.

Non l'avevo detta neanche quando, nella mia valigia, qualcuno aveva notato il libro di spagnolo che avevo usato per il lettorato all'università, uno degli ultimi corsi che avevo frequentato, chiedendomi perché ce l'avessi dietro.

La notte in cui eravamo partiti avevo deciso che, alla fine della vacanza, sarei rimasto laggiù: era una specie di sogno, d'immagine di cui non sapevo spiegarmi l'origine, ma c'era qualcosa che mi diceva che sarebbe stato magnifico: insomma, era un'emozione.

Sulla via del ritorno, capii che quell'emozione era frutto di un passaggio, che sarebbe durato lo spazio di un viaggio di 15 ore, e che quell'immagine era solo il frutto della mia voglia di crescere, una voglia che a 23 anni avevo forte e che, per certi versi, non è mai passata.

A nessuno, ma proprio a nessuno, ho raccontato cosa stessi pensando in quelle ore, sui Pirenei.

Porto dentro quella sensazione come una forma di monumento al sapore delle emozioni, scosse telluriche nella vita che si assestano su cose che immaginiamo soltanto ma che, per certi versi, ci motivano e ci esaltano, ci spaventano e ci attraggono.

Meraviglioso, per certi versi. Labile, per altri.

Quel desiderio di fuggire fa da contraltare alla voglia di restare.

Un senso che per me è un luogo, e che posso ritrovare in ogni momento nell'immagine di Torino vista da un angolo meraviglioso che solo gli amici più intimi conoscono: il Promontorio.

Da lì vedi tutto. I monti, il fiume, vedi la Mole, vedi la periferia: tutto. E puoi guardarla di notte come di giorno, anche se è meglio di notte perché le luci della città trasformano tutto come un brulicare di vita indifferente, e tu puoi continuare a guardare e nessuno si accorgerà mai che stai lì a guardare quanta vita, quanto futuro, quanto spazio ci sia, cose che si possono vedere da lì e soltanto da lì.

Quando salgo lì ricordo perché sono rimasto. Perché sono rimasto turbato sì dall'idea di rimanere nel 2005 laggiù, a cercare una vita meravigliosa che probabilmente non era neanche laggiù o in qualsiasi altro posto, ma semplicemente dentro di me.

Amo Torino, è casa mia: e guardarla dal Promontorio mi ricorda che ciò che resta delle emozioni è il sapore del rammarico, perché ad un certo punto le guardi e le vedi finite.

Ma per casa mia, no: ciò che provo rimarrà sempre. Per Torino nutro un sentimento, che è diverso dalle emozioni. Rimarrà come rimane il Po, le luci dei lampioni, rimarrà come la Mole e rimarrà come rimane anche il Promontorio, con il suo sguardo che nessuno può vedere che c'è, con il suo esserci senza farsi sentire.

Di tutti gli sguardi che posso aver buttato in tutte le vite che avrei potuto avere, quelli che ho buttati da là sono stati, e saranno, i più puri. Perché da lì puoi vedere distintamente dove finisce lo smog e comincia l'azzurro. Posso vedere tutte le strade che conducono lontano e riportano a casa, anche quella che quell'estate del 2005 ho percorso convinto che la cosa giusta fosse andare, e non tornare.

Mio padre qualche anno fa mi disse: "C’è chi sceglie di vivere d’emozioni e chi di sentimenti.". Ed è così: quando salgo al Promontorio, e guardo lontano e sogno e respiro, magari bevendo una Moretti con le gambe che penzolano dal muretto dove ci si siede quando si va lassù, ecco: vedo nitidamente da che parte sto.