giovedì, giugno 06, 2013

Sulle emozioni e sui sentimenti - Life in Technicolor part 194

C'è una sensazione che mi porto dietro da sempre. La posso sentire forte quando ripenso a quando, nel 2005, andando verso Barcellona scollinai in auto i Pirenei.

Trovammo sui monti enormi pale eoliche e, al confine fra Francia e Spagna,  le colonne che puoi vedere fin da lontano, e la strada era enorme e bellissima. E mentre l'auto andava, nessuno di quelli che viaggiava con me sapeva che serbavo un'idea disperata e bellissima.

Non l'avevo detta neanche quando, nella mia valigia, qualcuno aveva notato il libro di spagnolo che avevo usato per il lettorato all'università, uno degli ultimi corsi che avevo frequentato, chiedendomi perché ce l'avessi dietro.

La notte in cui eravamo partiti avevo deciso che, alla fine della vacanza, sarei rimasto laggiù: era una specie di sogno, d'immagine di cui non sapevo spiegarmi l'origine, ma c'era qualcosa che mi diceva che sarebbe stato magnifico: insomma, era un'emozione.

Sulla via del ritorno, capii che quell'emozione era frutto di un passaggio, che sarebbe durato lo spazio di un viaggio di 15 ore, e che quell'immagine era solo il frutto della mia voglia di crescere, una voglia che a 23 anni avevo forte e che, per certi versi, non è mai passata.

A nessuno, ma proprio a nessuno, ho raccontato cosa stessi pensando in quelle ore, sui Pirenei.

Porto dentro quella sensazione come una forma di monumento al sapore delle emozioni, scosse telluriche nella vita che si assestano su cose che immaginiamo soltanto ma che, per certi versi, ci motivano e ci esaltano, ci spaventano e ci attraggono.

Meraviglioso, per certi versi. Labile, per altri.

Quel desiderio di fuggire fa da contraltare alla voglia di restare.

Un senso che per me è un luogo, e che posso ritrovare in ogni momento nell'immagine di Torino vista da un angolo meraviglioso che solo gli amici più intimi conoscono: il Promontorio.

Da lì vedi tutto. I monti, il fiume, vedi la Mole, vedi la periferia: tutto. E puoi guardarla di notte come di giorno, anche se è meglio di notte perché le luci della città trasformano tutto come un brulicare di vita indifferente, e tu puoi continuare a guardare e nessuno si accorgerà mai che stai lì a guardare quanta vita, quanto futuro, quanto spazio ci sia, cose che si possono vedere da lì e soltanto da lì.

Quando salgo lì ricordo perché sono rimasto. Perché sono rimasto turbato sì dall'idea di rimanere nel 2005 laggiù, a cercare una vita meravigliosa che probabilmente non era neanche laggiù o in qualsiasi altro posto, ma semplicemente dentro di me.

Amo Torino, è casa mia: e guardarla dal Promontorio mi ricorda che ciò che resta delle emozioni è il sapore del rammarico, perché ad un certo punto le guardi e le vedi finite.

Ma per casa mia, no: ciò che provo rimarrà sempre. Per Torino nutro un sentimento, che è diverso dalle emozioni. Rimarrà come rimane il Po, le luci dei lampioni, rimarrà come la Mole e rimarrà come rimane anche il Promontorio, con il suo sguardo che nessuno può vedere che c'è, con il suo esserci senza farsi sentire.

Di tutti gli sguardi che posso aver buttato in tutte le vite che avrei potuto avere, quelli che ho buttati da là sono stati, e saranno, i più puri. Perché da lì puoi vedere distintamente dove finisce lo smog e comincia l'azzurro. Posso vedere tutte le strade che conducono lontano e riportano a casa, anche quella che quell'estate del 2005 ho percorso convinto che la cosa giusta fosse andare, e non tornare.

Mio padre qualche anno fa mi disse: "C’è chi sceglie di vivere d’emozioni e chi di sentimenti.". Ed è così: quando salgo al Promontorio, e guardo lontano e sogno e respiro, magari bevendo una Moretti con le gambe che penzolano dal muretto dove ci si siede quando si va lassù, ecco: vedo nitidamente da che parte sto.











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