martedì, agosto 27, 2013

Il prossimo viaggio - Life in Technicolor part 202



L'altro giorno ho scritto cosa è capitato all'Île de Ré, al largo di La Rochelle.

Quando ho finito il post, però, mi è venuta una domanda: "E ora, dove voglio andare?".

In effetti non ho pensato alle conseguenze di andare fin laggiù: fa sempre bene avere una meta speciale da parte, perché ti offre un sacco di motivazioni.

Allora ho cominciato ad immaginare al prossimo viaggio. Non uno qualsiasi, intendiamoci, ma quello speciale che ti viene in mente perché magari ci associ un qualcosa di speciale dentro.

In primis, ho pensato a Gibilterra. Non so il perché, però ho immaginato che le Colonne D'Ercole siano uno di quei posti dove se ci capiti davanti ti offrono una specie di chiave di lettura che ti porti dietro per sempre.
Poi ho pensato alla sempiterna Scozia, è una vita che ci voglio andare ed è dal 1997 che programmo di farmi un giro di qualche giorno nelle Highlands, a cavallo. Oppure alla Scandinavia, non so il perché ma ho come l'impressione che mi piacerebbe un sacco.
Poi ho rivolto la mia attenzione - sempre immaginando - all'Irlanda, alla Siberia e alla Nuova Zelanda, per via del Signore degli Anelli, oltre che Parigi, di cui vi ho già parlato. Tutti posti bellissimi e affascinanti, che se immaginati mi generano da sempre una voglia potentissima di partire.

Molte destinazioni particolari, quindi: ma, alla fine, non così speciali di base come si è rivelata Île de Ré. Lì c'era una storia e c'era un sedimento e tutto il resto, e non so il perché ma credo che anche visitassi quei posti lì e - sono sicuro - mi piacessero un botto, il viaggio di quest'estate sarebbe un gradino sopra.

Un'amica stamattina mi ha chiesto come fosse andato il mio viaggio e se fosse stato proprio come me l'aspettavo. Chiaro, le ho risposto di sì. Poi, dal niente, mi ha detto una cosa: "É quasi ora di programmare altri viaggi.". Probabilmente l'ha detto con leggerezza, però a me quella frase ha colpito.

Mi ci sono messo ragionare, e la cosa collimava esattamente con la domanda che mi ero posto dopo aver finito di raccontarvi la storia della bottiglia e tutto il resto. Alla domanda dove vado, mi sono detto, l'unica risposta che ho a disposizione è capire quando arriverà l'ora di programmare il prossimo viaggio. Non importa dove, importa come. Non importa quando, ma importa perché.

E così, da stamattina penso di aver cominciato ad immaginare la prossima storia che mi accompagnerà in quel viaggio. Una destinazione, un'altra volta io e un pezzo di carta da lasciare da qualche parte, o forse semplicemente un altro posto dove arrivare, sedersi per un po' e lasciare che le cose facciano il loro corso, esattamente come a La Rochelle, a
Île de Ré e alla spiaggia delle balene.

Come tutte le storie, anche questa inizia quando si sente la necessità di cominciare a raccontarla: quando si capisce che sì, è quello il momento giusto perchè tutto inizi.

Allora, prima di tutto, diamogli un titolo. Quello giusto è, semplicemente ,"#Lontano": il che non prevede di superare per forza l'Equatore, specifico; ma magari di questo parleremo più avanti, anche se tempo fa avevo accennato in altra forma, almeno marginalmente, al concetto.

Probabilmente sarà bella come quella che l'ha preceduta.

O almeno, lo spero.

Ora non mi rimane che scriverla. Vi dirò, la cosa mi fa anche un po' paura.

Ma in fondo, perchè non crederci?


giovedì, agosto 22, 2013

Perché il razzismo è fondamentalmente una stronzata - Life in Technicolor part 201

Consiglio: leggi questo post ascoltando questa canzone, non tanto perché è della pubblicità della Nokia ma perché mi piace il titolo.
NB: la foto non c'entra un cazzo, è la Duna di Pilat: però è un posto splendido dove passa gente di tanti paesi diversi quindi un po' di rimando c'entra.


Stamattina stavo facendo delle ricerche su Internet quando mi è venuta un'idea.

Tipo che la ricchezza del mondo è mettere insieme poli apparentemente distanti fra loro per generare "varietà meravigliose" (semicit. di un dialogo di Morgan Freeman in Robin Hood - Prince of thieves): in sostanza, che il razzismo è fondamentalmente una stronzata.

Pensateci.

Io, per dire, per dimostrare questa teoria ho immaginato una storia: e voglio raccontervela.


Dunque, comincio.

Amy O'Neall nasce a Chicago da una coppia di irlandesi trapiantati in Illinois da due generazioni nel 1973. Cattolica, studia giurisprudenza al college e diventa avvocato, prima di trasferirsi a New York per lavorare in un grande studio legale di Manhattan. Appassionata di musica classica europea, tiene particolare alle sue origini continentali e studia per semplice interesse personale la storia e la geografia. Ballerina di tango, Amy è una persona solare, gioviale, piena di amici.

Yan Zhu è  un americano originario di Pechino, nato a New York nel 1971. Nonostante sia cresciuto negli Stati Uniti, parla correttamente anche il mandarino ed è buddista. I suoi genitori gestiscono un ristorante nella ChinaTown locale. Con molta fatica considerando le sue origini, riesce a laurearsi al MIT a pieni voti, diventando un ricercatore nel campo delle nuove tecnologie relative allo sviluppo di device informatici di ultima generazione. Si interessa di letteratura e cinema, mentre per lo sport pare essere negato. Tipo introverso in presenza di sconosciuti, sviluppa un umorismo pungente e affilato alla Woody Allen, ispirato dalla compagnia del suo compagno di stanza Isaac, un ebreo trapiantato per motivi di studio nella grande Mela da Israele. Amante da sempre del football europeo, tifa per non si capisce bene quale motivo Manchester United.

Una sera del 1997, Amy e Yan si conoscono a un party di amici in comune. Si innamorano, e decidono di comincare a frequentarsi. Si sposano nel 2002 con rito civile, e si stabiliscono definitivamente a New York, nonostante lei sia molto legata alla sua città d'origine. Ognuno continua a credere nella propria dottrina, nel rispetto dell'altro.

Nel 2007 a Yan viene offerto un posto di lavoro molto importante a Londra. Dopo diversi giorni di riflessione e di confronto, la coppia decide di rivoluzionare la propria vita, lasciare gli USA e trasferirsi in UK. Amy si licenzia dallo studio legale per cui lavora e decide di ricominciare dalla capitale inglese: in breve, trova una nuova occupazione nella City londinese.

Nel 2009 nasce a Londra Mary Yin Mei, primogenita di Yan ed Amy. Intanto, Yan continua la sua crescita professionale: nel 2012 arriva una nuova offerta di lavoro, questa volta da una delle multinazionali più influenti del mondo nel campo del web, per sviluppare un nuovo device che dovrebbe nelle intenzioni del board soppiantare il concetto di smartphone. 


Yan accetta anche questa sfida e cambia nuovamente lavoro. Nel mentre Amy si afferma come avvocato. A metà 2013 nasce Jackson, secondogenito della famiglia Zhu O'Neall, mentre la piccola Mary Yin Mei comincia a frequentare una scuola materna in preparazione all'inizio delle elementari. I due genitori decidono, nonostante le loro carriere possano sul serio prendere il volo, di dedicare comunque ampio spazio alla famiglia, dotandosi di una tata ungherese di nome Tatyana, 65 anni, che diventa parte integrante della famiglia: spazio però per i figli ne viene riservato sempre, tanto che Yan rinuncia a un'ulteriore promozione che avrebbe comportato continue trasferte all'estero.

Durante le vacanze, Yan e Amy tornano spesso a Chicago dai nonni materni. Inoltre, si ritagliano spazi per "riscoprire" le proprie origini, visitando l'Irlanda e la Cina: nonostante i figli siano piccoli, i due cercano di far amare loro la complessità che si cela dietro le storie personali che li accompagnano. Yan comincia ad insegnare loro il cinese, e i piccoli sembrano apprezzare, diventando fin dall'infanzia bilingui. Non vengono introdotti alla religione, ma in famiglia vige una regola che nell'età dell'adolescenza ai due verrà democraticamente raccontata la fede dei genitori, per poi lasciar libero arbitrio se credere e in che cosa.

Ok, per adesso la storia finisce qui.

Prendiamo i fattori in campo.
Due americani, una originaria dell'Europa e uno dell'Asia, con famiglie differenti, tradizioni diverse, storie diverse, peculiarità uniche.
Crescono con una formazione diversa, con interessi diversi e in città diverse.
Credono in religioni diverse.
Vivono realtà professionali diverse.
Costruiscono amicizie con persone differenti, da cui traggono ispirazione ed emozioni differenti.
Si conoscono, si innamorano, si sposano.
Vivono in una città multirazziale come New York, prima di trasferirsi in un'altra grande realtà come Londra, dove "approfittano" di questo multiculturalismo scegliendo una collaboratrice domestica di un paese terzo.
Amano le loro origini e per questo appena hanno occasione decidono di riscoprirle, e aprofittarne per trasmetterle ai loro figli.

Detto tutto ciò, come cresceranno Mary Yin Mei e Jackson? Considerando i tratti somatici differenti dei genitori, sicuramente tanto per iniziare avranno volti che integreranno due etnie differenti, rendendoli per forza di cose meravigliosamente unici.

Poi.

Amy e Yan sono cresciuti in una situazione economica media ma, con la forza di volontà e un paese che ha offerto loro delle possibilità - al pari di tutti gli altri - hanno potuto consolidare una preparazione nonché degli interessi personali. Questo comporterà che, nel loro quotidiano, tutto il pacchetto culturale venga trasmesso ai figli: ciò significa che Mary Yin Mei e Jackson crescerano in una casa dove si parlerà di letteratura, cinema, musica, sport, ballo, dove si respirerà la solarità di lei e la tranquillità di lui, dove ci sarà una naturale predisposizione a considerare il mondo come un grandissimo villaggio (semicit. Marshall McLuhan, sempre sia lodato) dove poter vivere in pace, amando tutti i luoghi perché da tutti i luoghi, bene o male, si proviene.
Impareranno l'integrazione religiosa mandando 'affanculo di default, con il sorriso sulle labbra, i fondamentalismi di ogni genere.
Inoltre, conosceranno tradizioni di continenti diverse trasmesse dai nonni e dai genitori, parleranno lingue diverse e impareranno a rispettare le diversità perché in esse si immergeranno, ameranno entrambe le loro radici perché di entrambe conosceranno il meglio, e si presume ad entrambi i ceppi si legheranno perché di tutti e due si sentiranno parte.
Mary Yin Mei e Jackson quindi si sentiranno naturalmente cittadini del pianeta, probabilmente saranno abbastanza intelligenti da non farsi coinvolgere da cattive frequentazioni, magari anche loro diventeranno come i loro genitori professionisti e padri/madri di famiglia.
Questo però è già una proiezione e nella nostra storia vogliamo attenerci ai fatti certi (ossia ciò che vi ho raccontato fino adesso).

La cosa che mi ha colpito in tutto questo ragionamento (che ho formulato in qualche millisecondo prendendo spunto da un articolo letto on line a proposito di un'acquisizione aziendale, dove compariva il nome di un manager composto da una parte italiana e una cinese, tipo Yan Zhu Marcagni o una roba simile), è che sul serio ci troveremmo di fronte a un miglioramento dell'umanità. Nel senso, non che un bimbo cresciuto a Gorgonzola (MI) oppure a
Sauternes (Gironda, Aquitania, Francia) da padre e madre autoctoni del luogo sarà una persona brutta perché legato a un territorio, sia chiaro: ma certo non avrebbe quelle possibilità di arricchimento insite nel contesto che, volente o nolente, una combinazione di elementi distanti fra loro può offrire.

Io sono stato molte volte vittima del pregiudizio, lo ammetto. E continuo a credere che dobbiamo mettere in condizione tutti i popoli di star bene prima di tutto nella propria terra, lasciando liberi di circolare quelli che vorranno conoscere altre realtà, ma lasciando nel benessere anche chi di spostarsi non se ne parla proprio.

Però stamattina, leggendo quel nome lì, ho immaginato tutto questo e mi sono detto che in fondo sono stato anche un po' stronzo a pensare, talvolta, male del "diverso". Perché tutto sommato, a conti fatti, se poi domani mio figlio conoscesse una Mary Yin Mei o mia figlia un Jackson, non penserei che non sono nati da genitori della mia stessa razza e che quindi sono impuri, o che sono frutto di una mescolanza contro natura, o chissà quale altro pensiero protezionistico della mia identità nazionale e culturale: semmai li starei ad ascoltare ore mentre mi raccontano di come il nonno paterno ha aperto
a New York il suo ristorante e come ha saputo integrarsi, di come la mamma sia legata alla terra d'Irlanda e di quanto sia bella Londra in primavera, e della curiosità che si prova a visitare per la prima volta Pechino. E sarei contento, da genitore, che mio figlio/a possa provare a costruire qualcosa con una persona così piena di storie, anche se è diversa da me, anzi: diversa da tutto il resto, perché nata da un'unica, irripetibile alchimia.

Che, pensandoci, è equivalente all'incontro fra due persone sempre (proprio perché ogni persona è unica), ma che in questo mondo il più delle volte non sono considerate uniche a priori come sono, ma identificate dalla loro provenienza e per questo definite, bollate, e considerate in un certo modo. Certo è talvolta, l'incontro fra mondi diversi genera mondi nuovi che non possono che arricchire chi li incontra.

Insomma, vista da questo punto di vista per esempio chi insulta la Kyenge e quelli come lei, tanto per dirne una, è proprio un coglione: perché chissà quanta ricchezza ha in sé una persona che può vantare nel suo sangue la linfa di due continenti diversi. E, esagerando e volendo metterla sull'assoluto, forse Dio quando ha fatto l'uomo lo ha immaginato come dei colori: tutti da mescolare, per creare nuove "varietà meravigliose". Come fossimo pittori, artisti insomma, a noi tocca provare a mescolarci, incontrarci, per vedere se questo originerà una forma nuova, non tanto una razza, quanto appunto una sfumatura unica e ricca.

Mi sembra un bel pensiero, dopotutto.








lunedì, agosto 19, 2013

C'è voglia di Parigi nell'aria - Life in Technicolor part 200

Non ho mai viaggiato granché, anche se ho visto molti posti. Per dire, il viaggio a La Rochelle (di cui parlo diffusamente in questo post) è stato anche il "battesimo dell'oceano", la prima volta che mi trovavo di fronte all'Atlantico.

Eppure, la mia voglia di conoscere il mondo si compone di due parti, e se una è quella fisiologica di vedere luoghi mai visitati prima, l'altra non è obiettivamente propensa ad andare dove non sono mai arrivato, ma tornare dove sono stato bene.

In questi giorni, per dire, complice il fresco ritorno e una canzone di Paolo Conte, è moltissima la voglia di saltare in macchina e dirigermi, grullo grullo lemme lemme, a Parigi.

L'ultima volta che ci sono stato correva l'anno 1996. La osservai con gli occhi del ragazzino ma già allora mi sembrava una città adatta per fare un sacco di cose assolutamente normali, come mangiare in un dehor oppure star seduto su una panchina a godermi il fresco.

Rispetto ad allora, forse metterei nella lista delle priorità di cose da fare, ad esempio, vedere più musei a discapito dell'andare a EuroDisney (allora si chiamava così, e per me rimarrà per sempre EuroDisney, non Disneyland Paris come poi hanno detto che si chiama).

Più cultura, meno montagne russe. Si cresce così, anche (però se avanza tempo un giro a Euro Disney io comunque lo rifarei eh), e nel mezzo del listato ci metto anche del whisky, come ho segnato al punto 59 in questo post.

E niente, ogni tanto questa voglia francese riappare, senza che vi siano particolari alert a mettermi in guardia. Così, improvvisamente, mi dico che ci tornerei proprio volentieri, a Parigi: dura qualche giorno, poi stop. Sparisce, si riaddormenta. Fino alla prossima volta in cui, un po' prepotente, riemergerà.

Io per dire non ho mai visto Stoccolma. Non che la cosa mi faccia piacere, intendiamoci: però se oggi dovessi scegliere se andare per la prima volta a Stoccolma o tornare a Parigi, ecco che sceglierei Parigi, probabilmente. Solo oggi: domani probabilmente andrei a Stoccolma perché non l'ho mai vista e mi piacerebbe visitarla, però oggi no.

Parigi è una di quelle cose che tipo ogni tanto mi viene voglia di fare senza motivo, come mangiare la pizza Catarì, fumare le Philip Morris gialle, cucinare le polpette disgregate, stirare, riguardare un film già visto 63 volte, leggere un libro di ZeroCalcare, cose così. E oggi mi è presa anche la voglia di scriverlo.

Ah, una specifica.

La foto in verità non è che sia azzeccatissima, sono pale eoliche che ho visto sull'autostrada mentre tornavo da Bordeaux, quest'estate.

Però mi piacciono molto le pale eoliche e le ho scelte perché fanno molto viaggio, freschezza, Europa del sud e libertà. A Parigi non credo ve ne siano, ma di foto di Parigi fatte da me non ne avevo. In attesa di averne ho messo le pale eoliche, alla fine piacciono sempre e vanno bene per tutti gli usi.




sabato, agosto 17, 2013

Una vita in bottiglia - Life in Technicolor part 199

La storia è questa. Nel 2008 per il master in tecniche della narrazione che concludevo alla Scuola Holden dovevamo consegnare 3 cimenti, ossia tre prove finali.

Erano propedeutiche al diploma, e si poteva scegliere fra varie esercitazioni. Io scelsi un fotoracconto che se cercate on line forse trovate pure in qualche servizio di slideshare gratuito, e due racconti. Uno parlava di un viaggio su uno dei primi treni a vapore che arrivarono in Italia ed era scritta sotto forma di lettera, l'altro era ambientanto su una spiaggia che non avevo mai visto, all'Île de Ré.

Ricordo che avevo cercato su Internet dei posti dove ambientare una storia che fosse bella, interessante, che rispecchiasse la voglia che avevo di superare le mie paure e andare oltre. Ricordo che volevo raccontare qualcosa che fosse anche un po' triste, e romantico. Qualcosa di tenero e che rispecchiasse la mia idea di amore.
Ero molto, forse troppo, retorico allora, un po' come ora certamente, ma allora di più.

Così, cercando on line, trovai quest'isola. E, in particolare, trovai una località che sta su quell'isola, Saint-Clément-des-Baleines. Lì c'è un faro, il Faro delle Balene, che sta vicino a una conca, la Conca delle Balene. Rimasi colpito da quella località, e senza rendermene conto immaginai una storia: la storia del guardiano di quel faro, Jean, del suo amore disperato ed eterno per Madeleine, che nelle mie memorie di ragazzo rimarrà per sempre non il nome di un biscotto ma di una protagonista d'un omonima canzone di Paolo Conte, e di balene che diventano il simbolo di una resurrezione silenziosa che nessuno può capire tranne chi la vive.



Ricordo che quando buttai giù il testo ero come entusiasta, e ancora oggi non so dire il perché.

In ogni caso, scrissi e consegnai, senza ricevere particolari ovazioni. Non importava. Era una storia che avevo ideato e amato come quelle che facevo da bambino, e solo per quello meritava una menzione speciale nella mia vita.

Qualche tempo dopo, con l'amico Pietro (se avete letto questo post potrete scoprire tutta la storia relativa all'amore sconsiderato verso La Rochelle), notammo che
Île de Ré era proprio vicino a una delle mete che avevamo messo nella lista "posti da vedere prima di morire": La Rochelle appunto. Sembrava un segno del destino di quelli che non sai mai perché capitano proprio a te.

Così, in quell'occasione, promisi a uno dei miei migliori amici che un giorno quel racconto lo avrei portato sulla spiaggia in cui era ambientato, e l'avrei lasciato lì. A disposizione di chi volesse leggerlo.

Era una promessa che facevo a Pietro, ma soprattutto a me stesso.

Quest'anno, ecco: ce l'ho fatta. Ho mantenuto quella promessa. Ed è stato esattamente come immaginavo di farlo.


Non potrò capire se effettivamente anche il seguito della cosa sarà come l'avevo immaginata: devo viverlo e stiamo lavorando per. Però so che con questo piccolissimo passo, ho tracciato un po' una linea fra ciò che c'era prima e ciò che deve ancora venire.

So che c'è sempre un'occasione, e che la vita mi ha dimostrato che fondamentalmente quella frase che amo tanto e che cito sempre in queste occasioni (e che se spulciate il blog sicuramente trovate e riconoscete) è vera più che mai. Questo racconto è stato per me un modo per imparare ad amare le storie e la scrittura, i miei sogni e i miei desideri, oltre che il mondo che ci circonda. Con lui scrivevo una piccola tappa per diventare grande e non lo sapevo, forse anche per questo ci sono così affezionato.

Nella bottiglia oltre il racconto c'era una lettera, questa:
 

"Je m'appelle Francesco, je suis italien.


Si vous avez trouvé ces feuilles, cela signifie que vous avez trouvé une histoire. Maintenant, je vais vous dire d'où elle vient.


J'ai écrit cette histoire il ya cinq ans, comme épreuve finale de ma Maîtrise de la Narration à Scuola Holden de Turin.


Je ne suis jamais venu sur cette île auparavant, je n'avais lu que peu de choses et vu que des photos sur cet endroit: le reste, je l'imaginais.

Cette histoire est précieuse à mes yeux, parce que elle a commencé un chemin, celui qu'aujourd'hui m'a amené à voir, moi-même, la plage des Baleines. J'ai adoré cette île avant d'arriver, même jusqu'à vouloir lui donner cette histoire.

Aujourd'hui peut être que j'ai grandi par rapport à ce moment-là, c'est, peut-être, tout différent parce que quand le temps va rien ne peut rester le même. Mais ce sentiment du beau, que je voulais transmettre en imaginant ces lieux, est resté, et chaque jour je fais trésor.

Merci, Île de Ré".

Tutto questo non sarebbe stato possibile senza alcune persone, che voglio ringraziare qui, pubblicamente.

Pietro, Robi e Luca, gli amici perfetti per fare questo viaggio. Che mi hanno sopportato quella mattina, che mi hanno supportato in quel momento, che mi hanno fatto la foto ricordo (Robi), che mi hanno aspettato mentre ricoprivo la bottiglia e lasciato il tempo per salutare quel pezzo di me.

Alessandra e Paolo, che mi hanno tradotto il racconto rispettivamente in francese e in inglese: siete stati indispensabili, vi sono debitore perché senza di voi non sarei riuscito ad esaudire questo piccolo grande desiderio.

Grazie a chi mi ha dato la bottiglia, abbastanza grande per contenere tutte quelle emozioni, trasparente il giusto, perfetta per l'occasione.

Grazie a chi mi ha dato il nastro con cui ho sigillato il tappo, perché era il filo giusto per chiudere un pezzo di vita e accompagnare quella storia nel viaggio che la aspetta.

E un grazie anche a me, che sono riuscito ad esaudire un mio desiderio che covavo da anni, attendendo il momento giusto per esaudirlo.

E ora che la vita continui. In attesa della prossima storia da regalare alla terra, dopo averla sognata quanto basta, scritta al momento opportuno, letta per un po' e amata fino alla sfinimento.




venerdì, agosto 02, 2013

#LaRochelle

Se bazzicate questo blog da un po', o meglio da un bel po', saprete che ha un gemello omozigote. 

Si chiama Stellarium, ed è gestito dal sempreverde Pietro, mio amico fraterno da più di dieci anni.

Quando nacque il Diario, nacque Stellarium.
Quando cominciai a scrivere, dentro c'erano pezzi di storie anche di Pietro. La prima, L'immensa distesa di azzurro e sabbia, di fatto la scrivemmo insieme, durante le lunghissime chiacchierate fatte nel #SalottoDiPietro, le pause caffè a La Stampa, e poi dopo via email, fino a che quella storia la finimmo con la promessa, un giorno, ci saremmo ritrovati anche per lavorare insieme a un progetto nuovo.

Io e Pietro siamo complementari. Lui suona da Dio, e io... beh, io provo a metterci le parole. Sognavamo che le sue canzoni, immaginifiche, sognanti, fatte di movimenti delicati e paesaggi sempre accoglienti, un giorno diventassero parte delle mie storie. Volevamo che la nostra amicizia diventasse un modo per raccontare i nostri 20 anni, le nostre paure, le nostre passioni, i nostri obiettivi, la nostra città, il suo salotto, il nostro invecchiare. E ancora: gli anni dell'università e il concerto del 29 settembre 2000 al Palavobis dei The Smashing Pumpkins, gli amori sfioriti e quelli rinati, i pianti, i dolori, l'amicizia che ci lega a Robi, il nostro orizzonte fatto di sentirsi parte di un insieme, la consapevolezza, le nostre foto jazz e quelle "You'll never drink alone", e tutte le storie che sognavamo dopo aver parlato, per ore, prima di andare a dormire il più delle volte ubriachi.

Sapevamo che far nascere un progetto simile avrebbe richiesto tanto, ma tanto impegno. Pazienza insomma, perché sia io che lui dovevamo maturare nelle nostre rispettive peculiarità.

Poi, qualche tempo fa, parlando, gli dissi che forse era venuto il momento. E, quando gli dissi che quella sensazione che avevo avuto era diventata concreta nei miei pensieri, come nella miglior tradizione della nostra amicizia lui rispose soltanto che "Sì, è il momento giusto" perché quella sensazione l'aveva avvertita anche lui.

Non abbiamo avuto dubbi che il nome giusto per quest'avventura fosse il suo pseudonimo, scelto per raccontarsi su Stellarium appunto.

Lui racconta come gli è nata quella passione qui. Mi piace pensare che oltre a questo sogno ci sia stata una serie di sedimenti di senso, come di significati che si depositavano oltre la nostra immaginazione giorno per giorno, sogno per sogno, fino a che tutto è diventato così concreto da non poter fare a meno di andare sul serio in quei luoghi.

Così, in quest'estate, finalmente, arriveremo là, a La Rochelle, e poi da là ci spingeremo come nel più perfetto dei film fino all'Île de Ré, dove finalmente farò ciò che devo fare dal 2008 (questa però è un'altra storia e ve la racconterò, semmai, dopo). E lo farò, appunto, insieme agli amici di una vita (comprendo nel gruppo Luchino). Lo farò insieme al mio amico fraterno Pietro, con cui stiamo dando vita a qualcosa che avevamo in ballo da un po': i #LaRochelle, appunto.

Cosa faremo? Storie, in musica e parole. E lo faremo consapevoli delle nostre capacità e dei nostri limiti, lo faremo con la nostra voglia di essere sempre ciò che siamo, lo faremo soprattutto per cementare con ciò che amiamo di più, la scrittura e la musica, la nostra amicizia. E a fare foto, e a scegliere il vino, e a darci la solita punta di sano cinismo, ci sarà anche Robi, che dei #LaRochelle è di fatto nume tutelare, nonché legale e fotografo di scena.

Vi lascio un appuntamento, oggi: prima di partire se partite, prima di tornare se dovete tornare.

Sabato 21 settembre alle 22, come al solito a CasaMAD: i #LaRochelle presenteranno il loro primo lavoro.

S'intitolerà: "#GranTour - Storia di un pugile e di parole tenute da parte".

Saremo lì, ad aspettarvi. Noi, una storia e qualche canzone.

E buona estate a tutti.