giovedì, agosto 22, 2013

Perché il razzismo è fondamentalmente una stronzata - Life in Technicolor part 201

Consiglio: leggi questo post ascoltando questa canzone, non tanto perché è della pubblicità della Nokia ma perché mi piace il titolo.
NB: la foto non c'entra un cazzo, è la Duna di Pilat: però è un posto splendido dove passa gente di tanti paesi diversi quindi un po' di rimando c'entra.


Stamattina stavo facendo delle ricerche su Internet quando mi è venuta un'idea.

Tipo che la ricchezza del mondo è mettere insieme poli apparentemente distanti fra loro per generare "varietà meravigliose" (semicit. di un dialogo di Morgan Freeman in Robin Hood - Prince of thieves): in sostanza, che il razzismo è fondamentalmente una stronzata.

Pensateci.

Io, per dire, per dimostrare questa teoria ho immaginato una storia: e voglio raccontervela.


Dunque, comincio.

Amy O'Neall nasce a Chicago da una coppia di irlandesi trapiantati in Illinois da due generazioni nel 1973. Cattolica, studia giurisprudenza al college e diventa avvocato, prima di trasferirsi a New York per lavorare in un grande studio legale di Manhattan. Appassionata di musica classica europea, tiene particolare alle sue origini continentali e studia per semplice interesse personale la storia e la geografia. Ballerina di tango, Amy è una persona solare, gioviale, piena di amici.

Yan Zhu è  un americano originario di Pechino, nato a New York nel 1971. Nonostante sia cresciuto negli Stati Uniti, parla correttamente anche il mandarino ed è buddista. I suoi genitori gestiscono un ristorante nella ChinaTown locale. Con molta fatica considerando le sue origini, riesce a laurearsi al MIT a pieni voti, diventando un ricercatore nel campo delle nuove tecnologie relative allo sviluppo di device informatici di ultima generazione. Si interessa di letteratura e cinema, mentre per lo sport pare essere negato. Tipo introverso in presenza di sconosciuti, sviluppa un umorismo pungente e affilato alla Woody Allen, ispirato dalla compagnia del suo compagno di stanza Isaac, un ebreo trapiantato per motivi di studio nella grande Mela da Israele. Amante da sempre del football europeo, tifa per non si capisce bene quale motivo Manchester United.

Una sera del 1997, Amy e Yan si conoscono a un party di amici in comune. Si innamorano, e decidono di comincare a frequentarsi. Si sposano nel 2002 con rito civile, e si stabiliscono definitivamente a New York, nonostante lei sia molto legata alla sua città d'origine. Ognuno continua a credere nella propria dottrina, nel rispetto dell'altro.

Nel 2007 a Yan viene offerto un posto di lavoro molto importante a Londra. Dopo diversi giorni di riflessione e di confronto, la coppia decide di rivoluzionare la propria vita, lasciare gli USA e trasferirsi in UK. Amy si licenzia dallo studio legale per cui lavora e decide di ricominciare dalla capitale inglese: in breve, trova una nuova occupazione nella City londinese.

Nel 2009 nasce a Londra Mary Yin Mei, primogenita di Yan ed Amy. Intanto, Yan continua la sua crescita professionale: nel 2012 arriva una nuova offerta di lavoro, questa volta da una delle multinazionali più influenti del mondo nel campo del web, per sviluppare un nuovo device che dovrebbe nelle intenzioni del board soppiantare il concetto di smartphone. 


Yan accetta anche questa sfida e cambia nuovamente lavoro. Nel mentre Amy si afferma come avvocato. A metà 2013 nasce Jackson, secondogenito della famiglia Zhu O'Neall, mentre la piccola Mary Yin Mei comincia a frequentare una scuola materna in preparazione all'inizio delle elementari. I due genitori decidono, nonostante le loro carriere possano sul serio prendere il volo, di dedicare comunque ampio spazio alla famiglia, dotandosi di una tata ungherese di nome Tatyana, 65 anni, che diventa parte integrante della famiglia: spazio però per i figli ne viene riservato sempre, tanto che Yan rinuncia a un'ulteriore promozione che avrebbe comportato continue trasferte all'estero.

Durante le vacanze, Yan e Amy tornano spesso a Chicago dai nonni materni. Inoltre, si ritagliano spazi per "riscoprire" le proprie origini, visitando l'Irlanda e la Cina: nonostante i figli siano piccoli, i due cercano di far amare loro la complessità che si cela dietro le storie personali che li accompagnano. Yan comincia ad insegnare loro il cinese, e i piccoli sembrano apprezzare, diventando fin dall'infanzia bilingui. Non vengono introdotti alla religione, ma in famiglia vige una regola che nell'età dell'adolescenza ai due verrà democraticamente raccontata la fede dei genitori, per poi lasciar libero arbitrio se credere e in che cosa.

Ok, per adesso la storia finisce qui.

Prendiamo i fattori in campo.
Due americani, una originaria dell'Europa e uno dell'Asia, con famiglie differenti, tradizioni diverse, storie diverse, peculiarità uniche.
Crescono con una formazione diversa, con interessi diversi e in città diverse.
Credono in religioni diverse.
Vivono realtà professionali diverse.
Costruiscono amicizie con persone differenti, da cui traggono ispirazione ed emozioni differenti.
Si conoscono, si innamorano, si sposano.
Vivono in una città multirazziale come New York, prima di trasferirsi in un'altra grande realtà come Londra, dove "approfittano" di questo multiculturalismo scegliendo una collaboratrice domestica di un paese terzo.
Amano le loro origini e per questo appena hanno occasione decidono di riscoprirle, e aprofittarne per trasmetterle ai loro figli.

Detto tutto ciò, come cresceranno Mary Yin Mei e Jackson? Considerando i tratti somatici differenti dei genitori, sicuramente tanto per iniziare avranno volti che integreranno due etnie differenti, rendendoli per forza di cose meravigliosamente unici.

Poi.

Amy e Yan sono cresciuti in una situazione economica media ma, con la forza di volontà e un paese che ha offerto loro delle possibilità - al pari di tutti gli altri - hanno potuto consolidare una preparazione nonché degli interessi personali. Questo comporterà che, nel loro quotidiano, tutto il pacchetto culturale venga trasmesso ai figli: ciò significa che Mary Yin Mei e Jackson crescerano in una casa dove si parlerà di letteratura, cinema, musica, sport, ballo, dove si respirerà la solarità di lei e la tranquillità di lui, dove ci sarà una naturale predisposizione a considerare il mondo come un grandissimo villaggio (semicit. Marshall McLuhan, sempre sia lodato) dove poter vivere in pace, amando tutti i luoghi perché da tutti i luoghi, bene o male, si proviene.
Impareranno l'integrazione religiosa mandando 'affanculo di default, con il sorriso sulle labbra, i fondamentalismi di ogni genere.
Inoltre, conosceranno tradizioni di continenti diverse trasmesse dai nonni e dai genitori, parleranno lingue diverse e impareranno a rispettare le diversità perché in esse si immergeranno, ameranno entrambe le loro radici perché di entrambe conosceranno il meglio, e si presume ad entrambi i ceppi si legheranno perché di tutti e due si sentiranno parte.
Mary Yin Mei e Jackson quindi si sentiranno naturalmente cittadini del pianeta, probabilmente saranno abbastanza intelligenti da non farsi coinvolgere da cattive frequentazioni, magari anche loro diventeranno come i loro genitori professionisti e padri/madri di famiglia.
Questo però è già una proiezione e nella nostra storia vogliamo attenerci ai fatti certi (ossia ciò che vi ho raccontato fino adesso).

La cosa che mi ha colpito in tutto questo ragionamento (che ho formulato in qualche millisecondo prendendo spunto da un articolo letto on line a proposito di un'acquisizione aziendale, dove compariva il nome di un manager composto da una parte italiana e una cinese, tipo Yan Zhu Marcagni o una roba simile), è che sul serio ci troveremmo di fronte a un miglioramento dell'umanità. Nel senso, non che un bimbo cresciuto a Gorgonzola (MI) oppure a
Sauternes (Gironda, Aquitania, Francia) da padre e madre autoctoni del luogo sarà una persona brutta perché legato a un territorio, sia chiaro: ma certo non avrebbe quelle possibilità di arricchimento insite nel contesto che, volente o nolente, una combinazione di elementi distanti fra loro può offrire.

Io sono stato molte volte vittima del pregiudizio, lo ammetto. E continuo a credere che dobbiamo mettere in condizione tutti i popoli di star bene prima di tutto nella propria terra, lasciando liberi di circolare quelli che vorranno conoscere altre realtà, ma lasciando nel benessere anche chi di spostarsi non se ne parla proprio.

Però stamattina, leggendo quel nome lì, ho immaginato tutto questo e mi sono detto che in fondo sono stato anche un po' stronzo a pensare, talvolta, male del "diverso". Perché tutto sommato, a conti fatti, se poi domani mio figlio conoscesse una Mary Yin Mei o mia figlia un Jackson, non penserei che non sono nati da genitori della mia stessa razza e che quindi sono impuri, o che sono frutto di una mescolanza contro natura, o chissà quale altro pensiero protezionistico della mia identità nazionale e culturale: semmai li starei ad ascoltare ore mentre mi raccontano di come il nonno paterno ha aperto
a New York il suo ristorante e come ha saputo integrarsi, di come la mamma sia legata alla terra d'Irlanda e di quanto sia bella Londra in primavera, e della curiosità che si prova a visitare per la prima volta Pechino. E sarei contento, da genitore, che mio figlio/a possa provare a costruire qualcosa con una persona così piena di storie, anche se è diversa da me, anzi: diversa da tutto il resto, perché nata da un'unica, irripetibile alchimia.

Che, pensandoci, è equivalente all'incontro fra due persone sempre (proprio perché ogni persona è unica), ma che in questo mondo il più delle volte non sono considerate uniche a priori come sono, ma identificate dalla loro provenienza e per questo definite, bollate, e considerate in un certo modo. Certo è talvolta, l'incontro fra mondi diversi genera mondi nuovi che non possono che arricchire chi li incontra.

Insomma, vista da questo punto di vista per esempio chi insulta la Kyenge e quelli come lei, tanto per dirne una, è proprio un coglione: perché chissà quanta ricchezza ha in sé una persona che può vantare nel suo sangue la linfa di due continenti diversi. E, esagerando e volendo metterla sull'assoluto, forse Dio quando ha fatto l'uomo lo ha immaginato come dei colori: tutti da mescolare, per creare nuove "varietà meravigliose". Come fossimo pittori, artisti insomma, a noi tocca provare a mescolarci, incontrarci, per vedere se questo originerà una forma nuova, non tanto una razza, quanto appunto una sfumatura unica e ricca.

Mi sembra un bel pensiero, dopotutto.








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