martedì, settembre 24, 2013

Anche se non sono un Papa due parole su Dio le direi anche io - Life in Technicolor part 212

"Why does the sun come up?
Or are the stars just pin holes in the curtain of night, who knows?
"
(Juan Sánchez Villa-Lobos Ramírez, Highlander)

Tutti si stupiscono che il Papa in carica e il Papa emerito scrivano lettere dove parlano del loro core business, oppure che con l'aiuto di un cellulare il primo telefoni di qua e di là parlando di Fede, coraggio e appunto, vicinanza con l'Altissimo.

Io no.

In effetti un Papa non può far altro che parlare di Dio, alle persone: altrimenti, avrebbe fatto l'imbianchino, il professore o il ballerino. La cosa, per certi versi, è scontata ma ammirevole.

In questo mondo parliamo di Dio come fosse una rockstar, un politico o una squadra di calcio. Crediamo che girare intorno all'argomento con il piglio di chi sa ci faccia, effettivamente, sapere di cosa parliamo.

La cosa strana è che Dio chi l'ha visto non può raccontarlo, oppure deve attraversare un buon numero di analisi fatte da specialisti del settore (tribunali ecclesiastici in primis) e psicoterapeuti prima di avere una ragionevole credibilità nell'affermare d'averlo effettivamente incontrato (in tutte le forme). La maggior parte dell'umanità, però, Dio - almeno nella sua declinazione più concreta - non sa com'è fatto, non sa dov'è fattivamente, e non ha la minima idea di cosa pensi.

Tutto è allacciato a un discorso di Fede: so che Dio è amore perché credo sia amore. So che Dio è intorno a me perché credo sia infinito. So che Dio mi guarda e mi protegge perché credo nel fatto che Lui misericordioso.

La Fede è meravigliosa. Tutta la nostra vita si appoggia sulla Fede, e manco ce ne rendiamo conto. Anche quando parliamo su Twitter di Dio lo facciamo con Fede: Fede in Dick Costolo e il suo team che, ad un certo punto della conversazione, il social network non s'impalli e tutti i miei hashtag se ne vadano a puttane, con tutti i miei finissimi ragionamenti.

Abbiamo Fede nelle persone, a volte in noi stessi. Abbiamo Fede nel Passato perché l'abbiamo visto e ci crediamo (amandolo, odiandolo, non importa), a volte nel Futuro perché crediamo ci sia sempre Speranza (semicit. Aragorn, Le Due Torri).

Personalmente tratto l'argomento ogni giorno, con me stesso: del perché abbia Fede e del perché credo in Dio. Mi chiedo spesso dove sia il Dio che prego ogni domenica. Non tanto per un principio di rivalsa nei suoi riguardi, quanto per curiosità. Qualche anno fa un prete oggi anziano, raccontò che era curioso di morire solamente per capire di persona come fosse il Dio cui aveva consacrato la sua vita: ad un certo punto, disse che quasi era impaziente. Fu un approccio che mi colpì molto, nella sua originalità: in pochi, pensai e penso ancora oggi, direbbero di esser curiosi di morire per vedere Dio di persona.

C'è che Dio lo vedi intorno a te, se vuoi: io questa cosa l'ho sempre creduta. Ad esempio, e capita molto spesso, mi rendo conto della cosa quando alla mattina cammino per andare in ufficio e mi guardo intorno.

Ci sono gli alberi, c'è il cielo. Poi ci sono gli altri, le persone dico. Ogni tanto le guardo in viso, belle o brutte che siano se scavi oltre le apparenze ci vedi comunque qualcosa, e a me capita così quando succede questa cosa qui. Come un senso di unicità, che va oltre l'individuo. Come se ci sia qualcosa di meraviglioso anche fra le pieghe della pelle più brutta, non saprei definirlo: è proprio una consapevolezza.

Così, in quella frazione che guardo le persone in questo modo, riesco a pensare in un attimo al fatto che, ad esempio, tutti sono stati bambini. Che tutti sorridono. Che tutti in un modo o nell'altro almeno una volta hanno amato qualcuno. Che tutti dormono, che tutti sognano. Che tutti piangono, che tutti ridono. Poi, si sceglie se essere buoni o cattivi, ok: però di default, tutti hanno dentro quella complessità.

Ed è lì che secondo me Dio si palesa all'uomo.

Dell'argomento ho un'idea abbastanza strana, insomma, e tutto sommato non avevo mai pensato di scriverne qui. Però sarà che ultimamente, è come ci fosse nell'aria un bisogno più spiccato di Dio. Come se la gente aspetti veramente un gesto, un segno, forse una grazia.

Io non lo so. Il Papa (anzi, il Papa e il Papa emerito, oggi sono due) continua(no) a scrivere lettere, telefonare, la gente ci scherza poi però nel silenzio secondo me ci riflette e si fa la domanda, di dove sia Dio.

Già questo, è un buon punto di partenza. Per dove, chissà.




giovedì, settembre 19, 2013

Il mondo che vorrei non è solo una canzone di Vasco - Life in Technicolor part 211




Nel mondo che vorrei c'è spazio per tutti, anche per i cinesi.

Nel mondo che vorrei tutti un giorno o l'altro passano per Parigi, alcuni ci restano.

Nel mondo che vorrei puoi metterti a ballare ovunque, in ogni momento, senza passare per pazzo.

Nel mondo che vorrei se sei gay sono cazzi tuoi tanto non cambia nulla a nessuno.

Nel mondo che vorrei la cura per il cancro la trovano sul serio e non la usano come promessa elettorale.

Nel mondo che vorrei la parola Sorriso circola di più.

Nel mondo che vorrei ci sono sempre dai 15 ai 20 gradi. Non sempre, molto spesso. Ogni tanto piove e nevica pure, ma non fa mai un caldo da sudare come cammelli.

Nel mondo che vorrei se il tuo cane caga per strada pulisci volentieri.

Nel mondo che vorrei le signore delle pulizie prendono 2000 euro al mese. Minimo. Con i contributi in regola.

Nel mondo che vorrei gli Slipknot fanno un seminario all'università sul tema "Come abbiamo scritto Left Behind".

Nel mondo che vorrei i miliardari ogni giorno scendono e ringraziano il postino precario che gli porta la posta.

Nel mondo che vorrei non ci si sta sul cazzo di default.

Nel mondo che vorrei Israeliani e Palestinesi sono amici.

Nel mondo che vorrei le mamme sono sempre tranquille.

Nel mondo che vorrei puoi andare al mare ogni volta che vuoi.

Nel mondo che vorrei Larghe Intese 'sto cazzo.

Nel mondo che vorrei i capelli non cadono mai. Solo su richiesta.

Nel mondo che vorrei gli Smashing Pumpkins non si sono mai sciolti.

Nel mondo che vorrei fai politica perché ci credi e non per guadagnare.

Nel mondo che vorrei chi picchia le donne viene usato come sacco nelle palestre di boxe. E dopo un po', ecco che nel mondo che vorrei nessuno picchia più le donne.

Nel mondo che vorrei la birra non fa ingrassare.

Nel mondo che vorrei si fa una grigliata ogni domenica, e c'è festa con gli amici ogni 3x2.

Nel mondo che vorrei Papa Francesco lo trovi in una parrocchia di periferia, magari non è Papa, magari si chiama Ernesto.

Nel mondo che vorrei alzi lo sguardo al cielo e preghi, qualsiasi cosa significhi pregare.

Nel mondo che vorrei t'innamori senza paura. Nel mondo che vorrei morire non fa paura.

Nel mondo che vorrei la frutta bio costa 10 centesimo al kilo sempre.

Nel mondo che vorrei la desertificazione e la cementificazione sono retaggi lontani del passato.

Nel mondo che vorrei Vasco mi perdona se lo cito, alla fine mi sta anche abbastanza simpatico per quanto possa sembrare così popular e per questo, nel modo di vedere le cose in Italia, di bassa qualità. 
Nel mondo che vorrei essere lobbisti è diventato demodè, quasi ridicolo.

Nel mondo che vorrei quando si parla ci si sente ricchi.

Nel mondo che vorrei tutti hanno diritto ad addormentarsi abbracciati a qualcuno.

Nel mondo che vorrei suonare in pubblico non fa paura, mai.

Nel mondo che vorrei le idee non te le ruba nessuno. Anzi, te le pagano.

Nel mondo che vorrei l'indifferenza che cazzo è?

Nel mondo che vorrei la scuola è un posto dove non vorresti mai andare via.

Nel mondo che vorrei, io te e il cielo.

Nel mondo che vorrei potrei andare avanti all'infinito a immaginare, senza che ci sia un momento in cui per forza mi devo fermare.

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lunedì, settembre 16, 2013

L'effetto pavloviano delle parole nell'economia del pianto - Life in Technicolor part 210

Numerosi test clinici confermano come l'animo umano sia un gran casino.

Formalmente non ci sono controindicazioni nel prendere atto della cosa, se non appunto, diventare consapevoli che in un lasso di tempo relativamente breve, complici imput esterni che andremo fra poco ad analizzare, si può diventare bersaglio di gravi sbalzi d'umore, botte di alti/bassi umorali profondamente imprevedibili, picchi di sensazioni ed emozioni antitetiche eppur miscelabili e coincidenti.

Tale consapevolezza può implicare in alcuni la tendenza ad analizzare il fenomeno con un approccio paradigmatico, ossia tentando di isolare i caratteri comuni della cosa andando a strutturare delle regole che possano istituire una forma generica applicabile a tutti e a tutte.


Ergo.

Prendiamo quest'oggi, miei cari lettori, l'esempio dell'effetto lassativo che si riscontra (solo) negli occhi dei più sensibili, all'applicazione improvvisa sull'esemplare oggetto dello studio (me, in questo caso) del significante comunente definito "parola", inteso come strumento per comunicare un significato al destinatario del messaggio.

Per sottolineare come le parole abbiano effetto dirompente sull'umore delle persone, vi proporrò una serie di frasi che a memoria ricordo, e che hanno influenzato, o ancora influenzano, il mio umore. Tutte sono da intendersi con un autore preciso, a cui già ora rivolgo il mio scientifico grazie per avermi offerto molto materiale per l'analisi in oggetto.

Tutti i campioni sono prelevati nell'arco di tempo compreso dal 1981 ad oggi, così da offrire uno spaccato abbastanza ampio di come il fenomeno sia radicato nella cultura moderna.

"Mi piacciono i colori.".

"Cooooooooooooooooooooooooooooool.". (scritto proprio così, ndr)

"Sono io.".

"Usa bene [...] anche gli errori (nostri) [...] Io userò tutto quello che ho imparato da te."


"Il mio ragazzo è diventato grande.".

"Volete farmi da testimoni?" (richiesta posta a due persone fra cui lo scrivente, ndr).


"Non sono mai stata felice.".


"Grazie per la cena... grazie... Grazie per i biglietti... senza... no ma senza tribuna...".

"Nonno è andato via.".

"E tutto questo grazie a te, Brodo.".

"Ho chiamato una signora a darmi una mano.".

"Ragazzo di Nichelino."

"Grazie per la tua amicizia.".

"Fantasia non camminerà mai più.".

"Siate felici!". (da una scritta in un quadro ndr).

"Abbracciamoci, Frank, ora è necessario un contatto umano.".

Come si può osservare, la conformazione morfologica e sintattica dei campioni è variegata e non offre una linearità dal punto di vista della formulazione. Per questo, è opportuno sottolineare come si riveli elemento rafforzativo del fenomeno il contesto socio-esperienziale, che va ad assommarsi allo stato percettivo latente in ogni ascolto che si rispetti.

Possiamo quindi dare per assodato che in ognuno sia schedato un importante formulario d'espressioni, importante per comparare le esperienze future e valorizzare ciò che ancora è da percepirsi (e contemporaneamente da vivere).

Andando quindi a indirizzare l'energia scaturita dal ripresentarsi dei campioni in un'ottica performante e ottimizzatrice, possiamo altresì affermare che (astrando la regola a tutti e non solo al soggetto analizzato, me nel caso specifico) l'uomo è in grado di discernere, limitando il dolore che si ripresenta al succitato ascolto, consapevole che ogni attimo del vissuto pregresso può tramutarsi in una barriera protettrice per indirizzare ciò che ancora deve capitare in un'accezione positiva e migliorante dello status quo già acquisito.

Quest'approccio garantisce da un lato una limitazione negli sbalzi umorali, così come una chiave di lettura valorizzante per gli stessi significanti/campione e per gli accadimenti che ancora devono venire a verificarsi nella vita d'ognuno.

In altre parole, tutto questo per dirvi: i ricordi che ci fanno stare bene o male, fondamentalmente servono sempre per costruire il futuro. In fondo il bello deve ancora venire, sempre. E se alcune parole ti fanno provare qualcosa, al solo ripensarci, fondamentalmente non è un limite ma semmai una conferma che si è abbastanza vivi per continuare a credere di poter raggiungere ciò che si desidera.

Altrimenti, mi chiedo, che cazzo ci stiamo a fare, qui?






venerdì, settembre 13, 2013

Con tutto il rispetto per le Hogan - Life in Technicolor part 209


Un video di immagini Belle. Ma Belle sul serio.
Lo stimato twittero @Adekis enunciava stamattina sul noto social network un dubbio stilistico: il concetto di Hogan basse e l'impossibilità di comprenderlo anche dopo ore di riflessione.

Lo ammetto: non ho mai avuto un paio di Hogan e rientro nella categoria di quelli che si auspica non le compreranno mai. Viva i Doctor Martens, le SuperStar dell'Adidas e le Air Max. A me le H sui lati non colpiscono, alla forma performante preferisco la bolla d'aria e la linguetta gonfiata da tamarro di periferia che solo un paio di Puma alte possono garantire.


Detto ciò, dato che i gusti sono gusti e non tutti sono alla menta, rispetto chi preferisce acquistare un paio di calzature della Tod's, e anzi un po' li stimo anche.

#Respect per il trendy performante.

Ciò non toglie che nel viaggio mentale che ti può attivare il principio secondo cui una calzatura di marca sia bella o brutta in senso assoluto si possa arrivare alle sfere più alte della percezione.

Parlo in questo caso del concetto di Bellezza.

Partiamo avvantaggiati considerando la Bellezza come soggettiva, a me piace ciò che non piace a te e viceversa. Libertà, amici: anche di vestirsi come cazzo pare senza per questo sentirsi fuori posto.

La Bellezza, quella con la B maiuscola, è altro.

Trovo che ad esempio i colori siano Belli. Non c'è niente di più assoluto che guardare una tonalità e pensare che, esponenzialmente, si trovano varianti infinite e nei posti più disparati. Pensiamo ad esempio al verde, che lo trovi nel filo d'erba come nell'aurora boreale. Fossi il Verde guarderei tutti quelli che considerano Belle (non belle, intendiamoci: Belle) un paio di calzature o un giubbotto e osservandoli scoppierei a ridere sull'inconsapevolezza del dotto pensatore.

Viviamo in un mondo dove possiamo fare cose meravigliose. Belle sul serio. Come trasferirci nell'abbraccio di un'altra persona o guardare un panorama di un posto che non abbiamo mai visto. Si può ballare o anche semplicemente saltare. Cazzo, pensate ai bambini: loro saltano e sono contenti, perché fanno qualcosa di Bello sul serio. Che cosa, mi chiedete? Saltano. Spingono sulle gambe e per qualche secondo probabilmente si illudono di poter volare. Poi ad un certo punto si smette e si comincia a ragionare sull'atterraggio, forse per questo quando si cresce e si invecchia si smette anche di saltare fino ad avere i femori che non ci sostengono più.

Cercate il Bello. Se poi siete anche vestiti con roba bella, quello sarà comunque una roba soggettiva (questo lo dico per chi in questo momento mi legge con un paio di Hogan ai piedi: #respect, ripeto).




martedì, settembre 10, 2013

Se è vero ciò che è vero allora per forze di cose è vero - Life in Technicolor part 208

Poniamo il caso che un giorno qualcuno si prenda la briga di raccontarvi la storia dell'albero che cade nella foresta e nessuno lo sente. In Rete la cosa desta molto interesse, basta che proviate a cercare un attimo su Google.

La prima cosa che vien da chiedere è se appunto, quell'albero ha fatto rumore pur non essendoci nessuno che lo potesse sentire. Altri, come ho letto su Wikipedia facendo la ricerca, si sono posti il problema di che colore fosse l'albero, io ad esempio mi sono sempre chiesto se effettivamente sull'albero non ci fosse nessuno o se, per dire, ci fosse un insetto o uno scoiattolo.

Dire che una cosa è vera e dimostrare che questa lo sia effettimente è gioco difficile. Lo si può applicare alla totalità dei discorsi che si sentono di qua e di là, se ci pensate.

"Ti dico che è vero!" dice uno. "Dimostramelo!" risponde l'altro, e così avanti all'infinito.

La soluzione al quesito è, appunto, trovarsi nella situazione per capire se il tutto coincida all'effettiva verità oppure se sia una millanteria. Nel caso dell'albero, allora, per dimostrare che ci sia stato oppure no il rumore all'atto della caduta sarebbe bastato che qualcuno fosse presente.

Voi mi direte: se c'era qualcuno l'articolato dell'indovinello crolla, e avete ragione. Si potrebbe chiedere direttamente all'albero, ma dubito che risponderebbe di sua sponte.

Si parte quindi dal fatto conclamato, l'unico: siccome è vero che per reggere l'indovinello non deve esserci nessuno, allora la sola cosa vera è che non c'è nessuno. E se non c'era nessuno ad ascoltare, allora il rumore che ci sia stato oppure no diventa ininfluente: perché partiamo dal fatto che non essendoci nessuno ad ascoltare, non ci sono elementi per sottolineare come l'albero sia anche effettivamente caduto o se, magari, fosse lì da prima perché nato storto.

A volte mi capitano cose che non importa siano nate e cresciute e cambiate o sempre state così, ma ci rendiamo conto che sono così semplicemente un giorno che ci facciamo caso.

Ci poniamo la domanda. "Ma è vero quello che sta capitando?". E non importa se l'oggetto del contendere sia, appunto, una forma persistente dell'esistente da prima che prendessimo coscienza o se sia stato l'esistente a condurci lì, ma il fatto è quello e c'è poco da fare: non si scappa punto e basta. La verità è a portata di mano e a noi non resta che prenderne atto e goderne (se è una cosa bella) o farcene una ragione (se è una cosa brutta).

Ora, io mi auguro che sia sempre vero ciò che è vero e risponda a un qualcosa di bello. Se lo è,  cambia la percezione delle cose che ci circondano: il modo in cui accendi il tuo computer in ufficio, come parli con la cassiera al supermarket, lo squillare del telefono, la lettura di un libro seduto in un prato. Tutto ti sembra meno importante, o più importante, o meno intenso, o più intenso, a seconda di ciò che hai appurato sia vero.

La vita è un albero che cade nella foresta e non fa rumore. Un giorno semplicemente passi da lì e ti accorgi che un albero è caduto, e vai avanti. Non importa se abbia fatto rumore, importa che tu non ci fossi sotto nel caso fosse effettivamente, improvvisamente caduto.

Sei ancora vivo, ed è l'unica cosa che è vera. Preso coscienza di ciò, dopo tutto sembrerà diverso, anche quello che non lo è mai stato.

E, mi ripeto: se facciamo diventare l'albero una metafora e lo sostituiamo con le cose che in una vita ti possono capitare, e quella cosa è una cosa bella, allora la vita sicuramente sarà più vera anche lei. Ed è una sensazione che poi, toccata con mano, non vorresti lasciare più.







 

lunedì, settembre 09, 2013

Ma 'ndo vai se il titolo non ce l'hai - Life in Technicolor part 207

Un titolo, il primo, che esce fuori su Google Image
scrivendo "Titolo".
Mi sono flashato pensando alla parola "titolo", stamattina.

Titolo inteso come titolo di un post ma anche di studio, oppure nobiliare.

"A che titolo parli?" è una formula linguistica desueta ma sempre attuale.

Quando ti parlano della trama di un libro o di un film, l'interlocutore omette sempre di dirlo, così che tu possa chiedere "Mi dai il titolo?" o più perentoriamente "Dimmi il titolo!".

Nel mondo dei blog il titolo è decisivo, soprattutto se per alimentare il traffico e incastrare lettori ti appoggi ai social network, in particolare Twitter, condividi soltanto questo elemento caratterizzante del contenuto.

Insomma, il titolo è basilare soprattutto se sei alla ricerca di notorietà, o di conoscenza.

Aspetto che un vip chiami "Titolo" il proprio primogenito per sdoganare una richiesta all'Onu: far diventare il Titolo patrimonio dell'umanità.

Quando ho scelto di dare un titolo al concept "Racconto i cazzi miei su Internet" ho scelto il titolo di un album dei Coldplay, che è anche un concetto assolutamente affascinante.

Sabato dopo pranzo un amico, parlando della vecchiaia, mi coglionava (detto amichevole per dire che mi scherzava, ossia mi prendeva in giro affettuosamente) dicendo che così come lui avrebbe continuato a lavorare perché ansiato dal non aver nulla da fare, io a 80 anni sarei
arrivato a scrivere TITOLO POST - LIFE IN TECHNICOLOR PART 2954.


- inizio piccolo spazio pubblicità -
[il 21 settembre faccio un reading, ve ne avevo 
parlato qui. Lo faccio con LaRochelle, l'amico mio. Questo è l'evento su Facebook:
spammatelo a volontà, lads.]
- fine piccolo spazio pubblicità -


Un titolo assolutamene incuriosente, per chi si troverà a leggere il 2954esimo capitolo di questa saga, che poi sarebbe - ripeto - il concept/format "Racconto i cazzi miei su Internet".

Ripensandoci, ho scritto dei post con titoli assolutamente immaginifici che hanno però poco appeal titolosi: forse per questo sono stati poco letti. Dovrei fare un corso da Tuttosport per capire come aggregare più lettori intorno ai miei migliori scritti. Ad esempio, questo post o anche quest'altro (il primo è stato anche preso a prestito in forma quantomeno sconveniente, ma di questo vi ho già parlato), invece che intitolarsi come sono effettivamente titolati, avrebbero potuto chiamarsi "Juve: Ronaldo" oppure "Benzema - Juve: contatto" o anche "Ibra: è Juve" o magari "Balotelli  - Juve: si può", senza scordare la formula meno gettonata ma sempre efficace: "Prandelli: Juve, eccomi!". 

Che non saranno affatto in topic e anzi non c'azzeccano proprio un cazzo che più il format "Racconto i cazzi miei su Internet" fanno molto "Fantacagate calcistiche oggi", però vuoi mettere? Quindi da domani magari faccio partire una tecnica molto trollosa tutta basata sui titoli: titola tu che leggo anch'io, toh guarda si parla di calciomercato e/o di figa, e faccio un mare di click con frequenza di rimbalzo al 99,5% però le statistiche salgono vertiginosamente.

Oppure semplicemente mi faccio passare 'sta scimmia insulsa dei titoli e ricomincio a scrivere cose sensate e non post tipo quello che stai per finire di leggere scritto solo per allenare mente e dita. Che poi, scrivere cose sensate, non è neanche 'sta cattiva idea a pensarci bene. Magari con un buon titolo, comunque.







sabato, settembre 07, 2013

Le casalingue non le ho mai capite - Life in Technicolor part 206



L'altro giorno mi è venuto in mente un episodio della mia infanzia. Era la prima volta che guardavo Fantozzi va in pensione, e nel c'è una scena che ricordo sul momento non capii completamente.

In pratica, c'era Fantozzi che andava con la moglie Pina in un cinema alla mattina, e si trovava ovviamente in una situazione di quelle un po' particolari: la pellicola proiettata in sala era un pornazzo e la scelta si rivelava essere - considerando la presenza della Pina, appunto - un po' azzardata.

Tralasciando i particolari della storia raccontata (guardatevi il video, nell'ipotetico caso in cui non abbiate visto il film), cerco di andare un poco più in profondità.

C'era un particolare che non mi ero spiegato, allora, e che per molti anni non avevo mai veramente afferrato: il fatto che il film si intitolasse le "Casalingue". 
Ma che cazzo significava? E perché faceva ridere?

Allora mi aveva fatto ridere la mimica di Paolo Villaggio, il suo eterno gesto della lingua fuori, insomma il suo personaggio. Però non capivo cosa significasse quel titolo. E dire che con i cugini si era riso un sacco imitando Fantozzi che dice alla moglie "Le casaling-UE", come a rimarcare l'errore ortografico della locandina.

Qualche anno più tardi mi sono reso conto dell'associazione... linguistica (passatemi il gioco di parole) trovandola persino banale. Però non mi ero mai fermato a pensare, da bambino intendo, che fosse una roba in qualche modo... corretta e voluta. Non concepivo proprio quella formula per identificare delle donne disinibite dedite ai lavori domestici e alla soddisfazione sessuale del marito mi risultasse sconosciuto. Cioè, era una parola che per me era proprio senza senso. Pensavo: anche se è un film di donne nude, perché c'è quella U? Sarebbe più chiaro chiamarle casalinghe, almeno si capisce che ci sono delle signore!

Allora ho fatto un ragionamento: che quando si è innocenti si ride anche delle cose più buzzurre. Non c'è malizia, non c'è il marcio: c'è solo la solarità di una battuta fatta da un attore bravo a fare le boccacce, e poco importa se ti manca il pezzo dove arriva come un treno il senso del peccato adulto, o il riferimento boccaccesco che serve a definire, come in questo caso, un film a luci rosse.

Io da bambino ridevo senza capire cosa significasse quella parola, ma non perché fossi stupido. Semplicemente perchè avevo un altro modo di identificare l'allegria, ed era completamente secondario quel passaggio in un mondo lontano e riservato ai grandi.

Quando si è bambini si ride inconsapevoli, a volte ci si accontenta di cose semplici e anche se non si capisce tutto ci si immerge nella voglia di essere felici.

Ancora oggi fatico a capire la bellezza delle casalingUe in favore del divertimento che mi dà Fantozzi mentre fa la sua abituale smorfia di eccitazione. Mi piace pensare che sia un bel residuo dell'essere bambini: la cosa che manca è applicare quel modo di pensare a tutto ciò che mi capita.




venerdì, settembre 06, 2013

I giorni di Ligabue che uno ha - Life in Technicolor part 205

Sul Twitter leggo che è uscito il nuovo singolo di Ligabue con la solita codazza di commenti un po' inaciditi sul fatto che sia molto ligabuoso, ossia cantato da Ligabue, ossia che è un pezzo (presumo, non l'ho ascoltato: e lo ripeterò tante volte in questo post, che non l'ho ascoltato) pieno di cose che reputiamo scontate, mi pare d'aver letto che anche la musica sia banalotta ma non ne sono sicuro.

Io Ligabue non lo considero buono o cattivo, non possiedo suoi cd ma alcune sue canzoni le conosco, per forza di cose le abbiamo ascoltate tanto in tanti modi differenti. C'è chi con Ligabue c'è cresciuto (chi si è beccato "Buon compleanno Elvis" nell'età della pubertà si è ascoltato volente o nolente mille singoli spalmati su 3 anni passati alla radio a tutte le ore del giorno e della notte), c'è chi l'ha scoperto prima che diventasse Ligabue, ossia quando riproponeva in italiano un pezzo famosissimo di un gruppo straniero famosissimo, c'è chi invece l'ha imparato ad apprezzare dopo, quando ogni tanto ha deciso di passare per Campo Volo e fare un concertino da botte di 100K persone tutte insieme.

Ligabue è una metafora e non lo sa. Odiamo le cose che definiamo banali per il fatto che tutti in un modo o nell'altro le pensano, poi però ci torniamo sempre a pensare e quando spuntano in testa, quelle cose lì, suonano come le cose più autentiche. Anche se io non so come sia il suo ultimo pezzo, ancora non l'ho ascoltato, penso che sia in linea con questa direttrice di senso.

Ma facciamo degli esempi di cose banali che ho sentito dire decine di volte in forme più o meno strutturate: l'amore fa schifo. Se ti innamori sei fottuto. Non mi innamorerò mai più. L'amore è bellissimo. L'amore è difficile. L'amore finisce. O anche: ho avuto un'infanzia felice, l'adolescenza mi ha fottuto. Ho molti conoscenti ma pochi amici. Con mio fratello/sorella non vado d'accordo ma ci vogliamo molto bene. Sono triste e non so perché. Quando arrivano le ferie?. Vorrei aver fatto altre scelte. E cose così.

Poi per carità, Ligabue può piacere o non piacere. Anche io, per dire, preferisco i Marble Sounds o i The Smashing Pumpkins: ma non è che nascono tutti David Lynch che per raccontare quanto ci sia dietro le apparenze ti girano Velluto Blu. Suvvia. Siamo seri. A volte un po' di semplicità non guasta no?

Tipo io oggi ho voglia di semplicità quindi mi prendo d'impegno e per le prossime ore dirò le cose semplicemente per come sono anche usando formule banali.

Facciamo altri esempi in linea: vorrei dormire. Non ho fame. Ho voglia di correre. Mi piacerebbe molto fosse il 2 agosto o, in alternativa, il 28 dicembre. Quest'anno vorrei vivere un compleanno semplice ma indimenticabile. Mi piacerebbe fare un on the road. Me ne fotto se sono banale. Ho ancora sonno.

Avanti, provateci anche voi.

Ah, comunque: ve l'ho già detto che non ho ascoltato l'ultimo pezzo di Ligabue? Ecco. Non l'ho ascoltato, perché oggi non ho voglia. Domani, forse.







giovedì, settembre 05, 2013

Lettera al plagiatore - Life in Technicolor part 204

Una foto risalente al 2009, dove sono intento a discutere
amichevolmente sul tema del plagio.
Caro amico Ebbefi,
sai che mi rivolgo proprio a te. Ti appello con un nome che non è il tuo perché non mi sembra bello sputtanarti con nome e cognome, anche se ti sei platealmente comportato male con me e altri blogger di cui hai preso i testi per proporli alla tua rete sociale sul tuo profilo Facebook, come fossero tuoi.

Parlo a te, amico mio, come ripeto il discorso a quella tipa di Parma sulla cinquantina che mi ha fottuto questo post qualche anno fa, permettendosi anche di cambiare la frase finale con una scritta (male) da lei. Parlo a te e insieme a tutti quelli che hanno questa brutta abitudine.


Vedi? Avrei potuto dire come ti chiami, contattare tutti i tuoi amici dicendo che quella roba lì non è tua. Invece, è bastato che tu la cancellassi (come hai puntualmente fatto, appena hai capito che la cosa era seria dopo un'intercessione di una persona della tua cerchia), magari millantando che era roba troppo personale per essere condivisa, ma di fatto mi frega poco. A me bastava che la cancellassi.

Comunque, ti racconto com'è andata, prima di tutto. 

L'altra notte uno che conosci mi ha scritto un'email mandandomi gli screenshot di ciò che avevi fatto. Mi ha spiegato che s'è reso conto subito che non era roba tua, ed è stato discreto e gentile, sia con te che con me. Sai perché? Perché voleva restituire a me la roba di mia proprietà (quegli scritti che hai preso senza dire di chi fossero) e a te la dignità, perché si vedeva lontano un kilometro e mezzo che non era farina del tuo sacco.

Amico Ebbefi e con te tutti quelli della tua razza, ti spiego una cosa.

Le storie sono di chi le scrive. Sono anche di chi le legge, ma non puoi appropriarti di parole non tue. Le parole sono fatte per essere condivise, ma chi le pronuncia rimane il legittimo proprietario. Ti fa un dono quando le scrive, perché tu possa trovare qualcosa che cerchi dalla sua esperienza di vita: perché ti vuole bene prima di conoscerti.

Se tu le prendi, e le adoperi senza dire da chi l'hai sentito (si chiama citazione, CITAZIONE, hai capito?!?!) non solo compi una cosa odiosa, magari solo per fare colpo su una che ti piace mostrandoti improvvisamente capace di fare qualcosa che non hai mai fatto, ma fai anche un torto a chi ha voluto farti un regalo senza conoscerti.

Capisci, Ebbefi, come funziona?

E visto che non ti sei comportato così solo con me, ma anche con altri blogger, allora mi viene un dubbio: che voi che avete questa tendenza siate geneticamente portati a fottere le parole altrui. Cioè, non vi sapete neanche regolare sul fatto che, magari, quelle parole lì hanno un peso e usarle come se le aveste messe in riga voi è una specie di svilimento.

Senza contare una cosa: che si vede che non sono vostre. Nel senso, io dico ciò che vedo, racconto ciò che sono. Se raccontassi te, amico Ebbefi, risulterei stupido, perché io non sono te. Io a te le parole non le ruberei mai, ma neache "buongiorno" o "devo correre a casa perché mi sto cagando addosso", per dire.

E allora, amico Ebbefi, parlo a te ma parlo anche a tutti quelli che hanno il tuo vizietto.
Sappi che è una cazzata, prima di tutto verso te stesso.

E non è che scoperai di più, fingendoti ciò che non sei. Perché dal lato pratico, le tue parole saranno in grado di presentarti, non le mie. Le tue parole ti racconteranno, non le mie. Io non uso parole tanto buone da essere universali, sono mie e le regalo volentieri, non per essere usate come biglietto da visita, ma semmai per trasmettere ciò che vedo, e sento. Se ti interessa le leggi, se ti piacciono torni, se ti fanno cagare tiri dritto e vai avanti. Ma non le rubi. Hai capito? Rubare: no! Non si fa!

Quindi, amico Ebbefi, impara a darti un tono con altro. Prova il bungee jumping, il free climbing, prova il surf, prova a vestirti d'amianto e darti fuoco, prova a usare Vine e passa la vita a fare video di sei secondi, o magari scrivi anche tu ed esercitati e diventa il più bravo fino a che avrai palate di soldi e un codazzo di gnocca che t'aspetta sotto casa: a me non importa.

Ma tutto ciò che farai, fallo con le tue parole. Le TUE, ok?

Stai bene.

fRa

PS: per tutti gli altri plagiatori che passano di qui, e prendono ciò che scrivo e lo ripropongono sui loro blog o ovunque per farsi fighi (sempre che sia figo usare i miei scritti, usate almeno quelli di chi è bravo sul serio), sappiate che il prossimo che pesco lo denuncio. Plagiatore avvisato, mezzo ammutato. 









lunedì, settembre 02, 2013

Ieri mi sono seduto su un tetto - Life in Technicolor part 203

Io per i tetti ho sempre avuto una fissa particolare, tanto che tempo fa un editore molto coraggioso mi ha anche pubblicato un racconto ambientato lì.

In pratica è andata così. C'è un mio amico che abita all'ultimo piano di un condominio, e il suo balcone dà proprio su un tetto: nel senso, ci si mette un cazzo a scavalcare e salirci sopra.

A me piace andare là a sedermi, quando siamo da lui. A volte prendo proprio 10 minuti di tempo e vado, scavalco, e mi siedo con le gambe poggiate sulle tegole e il culo ben saldo sul muro che fa ringhiera. Insomma, non corro grossi rischi, però è come se fossi seduto su un tetto vero, senza i rischi del caso.

Quando mi siedo lì guardo il cielo di Torino e penso a tutte le cose belle che so. Ma proprio tutte. Quelle passate e quelle presenti, immaginando quelle future.

Penso che sedersi su un tetto sia terapeutico, a volte.

Quando proprio non sai più dove andare a cercare di pensare alle cose belle, allora prendi e vai sul tuo personalissimo tetto e guardi fuori e respiri l'aria di città e magari riesci a dire parole che era un po' che pensavi, innanzitutto a te stesso.

Ecco perché ieri sera, quando mi sono seduto sul tetto, verso mezzanotte o giù di lì, mentre il mio amico guardava i goal di Atalanta Toro e tutto era quieto. Ho cominciato a sentirmi bene, felice.

Ci sono tegole e tegole, quelle che ti cadono in testa e quelle su cui ti siedi per essere un po' tranquillo.

Consiglio a tutti di valutare un tetto dove sedersi, quando non si è al massimo: che sia sicuro, dove non ci sia il rischio di cadere, ma che sia altrettanto lontano da tutto così da poter rimanere un po' soli con se stessi per immaginare un po'. Ok, visto che è rischioso, magari anche se non è un tetto ed è un prato va bene uguale. Tanto non è il posto in sè, è ciò che si fa a cambiare le cose.

Però fatelo. Vedrete, non ve ne pentirete.