lunedì, settembre 16, 2013

L'effetto pavloviano delle parole nell'economia del pianto - Life in Technicolor part 210

Numerosi test clinici confermano come l'animo umano sia un gran casino.

Formalmente non ci sono controindicazioni nel prendere atto della cosa, se non appunto, diventare consapevoli che in un lasso di tempo relativamente breve, complici imput esterni che andremo fra poco ad analizzare, si può diventare bersaglio di gravi sbalzi d'umore, botte di alti/bassi umorali profondamente imprevedibili, picchi di sensazioni ed emozioni antitetiche eppur miscelabili e coincidenti.

Tale consapevolezza può implicare in alcuni la tendenza ad analizzare il fenomeno con un approccio paradigmatico, ossia tentando di isolare i caratteri comuni della cosa andando a strutturare delle regole che possano istituire una forma generica applicabile a tutti e a tutte.


Ergo.

Prendiamo quest'oggi, miei cari lettori, l'esempio dell'effetto lassativo che si riscontra (solo) negli occhi dei più sensibili, all'applicazione improvvisa sull'esemplare oggetto dello studio (me, in questo caso) del significante comunente definito "parola", inteso come strumento per comunicare un significato al destinatario del messaggio.

Per sottolineare come le parole abbiano effetto dirompente sull'umore delle persone, vi proporrò una serie di frasi che a memoria ricordo, e che hanno influenzato, o ancora influenzano, il mio umore. Tutte sono da intendersi con un autore preciso, a cui già ora rivolgo il mio scientifico grazie per avermi offerto molto materiale per l'analisi in oggetto.

Tutti i campioni sono prelevati nell'arco di tempo compreso dal 1981 ad oggi, così da offrire uno spaccato abbastanza ampio di come il fenomeno sia radicato nella cultura moderna.

"Mi piacciono i colori.".

"Cooooooooooooooooooooooooooooool.". (scritto proprio così, ndr)

"Sono io.".

"Usa bene [...] anche gli errori (nostri) [...] Io userò tutto quello che ho imparato da te."


"Il mio ragazzo è diventato grande.".

"Volete farmi da testimoni?" (richiesta posta a due persone fra cui lo scrivente, ndr).


"Non sono mai stata felice.".


"Grazie per la cena... grazie... Grazie per i biglietti... senza... no ma senza tribuna...".

"Nonno è andato via.".

"E tutto questo grazie a te, Brodo.".

"Ho chiamato una signora a darmi una mano.".

"Ragazzo di Nichelino."

"Grazie per la tua amicizia.".

"Fantasia non camminerà mai più.".

"Siate felici!". (da una scritta in un quadro ndr).

"Abbracciamoci, Frank, ora è necessario un contatto umano.".

Come si può osservare, la conformazione morfologica e sintattica dei campioni è variegata e non offre una linearità dal punto di vista della formulazione. Per questo, è opportuno sottolineare come si riveli elemento rafforzativo del fenomeno il contesto socio-esperienziale, che va ad assommarsi allo stato percettivo latente in ogni ascolto che si rispetti.

Possiamo quindi dare per assodato che in ognuno sia schedato un importante formulario d'espressioni, importante per comparare le esperienze future e valorizzare ciò che ancora è da percepirsi (e contemporaneamente da vivere).

Andando quindi a indirizzare l'energia scaturita dal ripresentarsi dei campioni in un'ottica performante e ottimizzatrice, possiamo altresì affermare che (astrando la regola a tutti e non solo al soggetto analizzato, me nel caso specifico) l'uomo è in grado di discernere, limitando il dolore che si ripresenta al succitato ascolto, consapevole che ogni attimo del vissuto pregresso può tramutarsi in una barriera protettrice per indirizzare ciò che ancora deve capitare in un'accezione positiva e migliorante dello status quo già acquisito.

Quest'approccio garantisce da un lato una limitazione negli sbalzi umorali, così come una chiave di lettura valorizzante per gli stessi significanti/campione e per gli accadimenti che ancora devono venire a verificarsi nella vita d'ognuno.

In altre parole, tutto questo per dirvi: i ricordi che ci fanno stare bene o male, fondamentalmente servono sempre per costruire il futuro. In fondo il bello deve ancora venire, sempre. E se alcune parole ti fanno provare qualcosa, al solo ripensarci, fondamentalmente non è un limite ma semmai una conferma che si è abbastanza vivi per continuare a credere di poter raggiungere ciò che si desidera.

Altrimenti, mi chiedo, che cazzo ci stiamo a fare, qui?






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