mercoledì, ottobre 23, 2013

Quando piove a Torino devi ascoltare gli Staind - Life in Technicolor part 217



Nell'ottobre 2001 c'era esattamente lo stesso tempo che c'è oggi. Piove e Torino è meravigliosa quando piove, c'è poco da fare.

Se ti vuoi fare un viaggio con te stesso, di quelli che non sai perché ma ogni tanto ti devi prendere, questo è il tempo ideale. E mentre lo fai, capita che ti trovi ad avere un lungo dejavù di storie già vissute.

Prendo l'ottobre 2001 e ci ricostruisco sopra momenti di allora. Quell'estate era stata all'insegna della musica scoperta e riscoperta tanto per cambiare, e fra le cassette dei gruppi che ascoltavo con il mio Fisher Price (leggi: l'autoradio analogica supervecchia comprata a 5 mila lire dal mio amico Dario) sulla SpassoMobile (leggi: Panda Rossa 750 di mia madre) c'era quella degli Staind.

Che mi piacevano tanto da farmi masterizzare il cd da Luca, uno dei parcheggi che li ascoltava un sacco. Luca ascoltava un sacco di Staind e i Rammstein.

Oggi Luca è un producer musicale, secondo me non si ricorda neanche più di quando ascoltava gli Staind. Però io sì, me lo ricordo che li ascoltavamo.

Soprattutto quando pioveva, soprattutto quando capitava che pioveva e uscivo a piedi apposta per prendere quei momenti lì.

Stamattina pioveva e mentre venivo in ufficio ascoltavo i #LaRochelle e i Massive Attack (i primi non li conoscete, sicuramente: qui c'è un loro pezzo, l'unico disponibile on line). 

Non avevo gli Staind nell'iPod, erano anni che non li riascoltavo. Poi quel geniale strumento che è Spotify me li ha riproposti.

Li ho rimessi su, saranno state neanche le 8emezza, l'ufficio era vuoto, e mentre cominciavo a lavorare ho fatto come l'ennesimo megasalto indietro, a 12 anni fa: ecco perché prima vi ho parlato proprio dell'ottobre 2001, quando tutto era apparentemente identico a oggi.

Quei sogni. Quelle strade. Quel corpo. Quanto tempo.

Che poi in fondo non sono neanche gli Staind, in fondo non è neanche la pioggia e forse non è neanche Torino: ma se ce li abbini, ecco che salta fuori un bel mix di quelli da gustarsi fino in fondo.

E alla fine di tutto mi è venuta in mente una cosa, un po' staccata forse dal contesto e più profonda: che è una meraviglia rendersi conto di quanto il viaggio che fai quando ti prendi un momento per camminare con te stesso in realtà non finisce mai, sei sempre in cammino, e il coraggio di fermarsi non ce l'hai mai, che poi non è coraggio alla fine ma paura: perché il coraggio vero è andare avanti.

Un po' come quando fai boxe, che era la cosa che volevo raccontarvi stamattina quando sono uscito di casa e ho pensato di scrivere qualcosa, di come mi sono addormentato stanotte contando i saltelli che faccio alla corda prima dell'allenamento e di altre cose che si provano a colpire il sacco. Ma poi ho riascoltato gli Staind, ed ecco allora tutta la roba che avete letto fino a qui. Della boxe vi parlo un'altra volta.


venerdì, ottobre 18, 2013

Cosa fare quando incroci un passante per strada - Life in Technicolor part 216



Stamattina mentre venivo in ufficio ho fatto un esercizio: tutte le persone che incrociavo per strada le guardavo negli occhi.

Tutte, ma proprio tutte: uomini, donne, anziane, giovani, trafelate, con la faccia corrucciata, con la faccia allegra. Tutte.

Così, ho fatto una sorta di statistica: avrò incrociato metti 30 persone, e 25 approssimate per un minimo eccesso mi hanno a loro volta guardato negli occhi.

Perché l'ho fatto? Sono sempre stato affascinato dalle storie che ci stanno sotto il naso e non cogliamo, lo sapete.

Gli occhi sono uno di quegli angoli dove, anche solo nello spazio di un attimo, le puoi trovare.

L'ho fatto unicamente per questo.

La cosa interessante è che in quelle frazioni di secondo veramente mi è sembrato di vederle, quelle storie. Ho visto ad esempio una signora sui sessanta, posso tranquillamente affermare che fosse una signora con qualche pregiudizio ma tanto amore. Oppure ho incrociato un ragazzone sui 25, con la tuta, penso andasse a lavorare e lì ci ho visto un po' di rabbia e un po' di coraggio. Ho visto un tizio magrissimo che si muoveva come un tossico, forse lo era veramente, e l'unica cosa che ho guardato attraverso i suoi occhi che fissavano davanti a sè, era tristezza.
E via così. 


Magari è solo frutto della mia fantasia, però dovrebbe essere sempre così, che quando incroci per strada qualcuno lo guardi negli occhi e per un attimo gli dici "grazie".

Perché grazie, poi, non saprei dirlo. Perché in fondo una storia è un dono, la vita è una storia, se ne incroci una alla fine è come se ti facessero un regalo.



Domani mattina lo rifaccio, sempre che qualcuno non mi dica "cazzo guardi?" prima di (provare a) riempirmi di mazzate.





lunedì, ottobre 14, 2013

Tutti possiamo avere un aeroporto in cortile - Life in Technicolor part 215



All'ottavo minuto circa di quest'intervista, quel figone di John Travolta parla di una roba che mi ha sempre colpito.

Racconta del fatto che abbia un aeroporto in giardino, con due aerei parcheggiati pronti al decollo. C'è David Letterman che ci scherza sopra, esattamente come farebbe chiunque ascoltasse per la prima volta questa roba.

La prima reazione di solito è di incredulità, poi parte un pelo d'indignazione, tipo "Ma come cazzo si fa" piuttosto che "Che roba, è uno schiaffo alla miseria" o anche "Che megalomane".

E invece l'intervista continua e John Travolta dice una roba che mi ha colpito. Dice che a 13 anni ha sognato di avere una pista d'atterraggio personale in cortile, e che ha deciso che un giorno o l'altro l'avrebbe avuta, e che ciò che ha realizzato non è altro che un suo sogno.

E la gente ha applaudito alla cosa. Poi l'intervista è continuata, ma io mi fermo un attimo qui.

Ho avuto uno scatto, quando ho sentito questa frase.

Non ho mai pensato che uno potesse sognare un aeroporto in cortile. Ho sempre pensato che fosse una roba da megalomani, come dicevo prima. Forse è proprio così, ma che importa?

Perché se rigiri la cosa, anche la cosa più maranza e apparentemente insensata può esser frutto di un sogno. Tipo: c'è chi sogna di avere un appezzamento di terreno e coltivare mele per il resto della vita. Poi ce la fa, magari: e di quello, voi direste che è un megalomane, o magari uno che si accontenta di poco? Forse sì, ma rimarrà sempre il frutto di un sogno.

Penso che i sogni siano belli. Tutti ne abbiamo. Molti si arrendono prima.

Cazzo, John Travolta è un grande, ma a 13 anni non era ancora Vincent Vega di Pulp Fiction o l'arcangelo Gabriele o chessò io.
 

Era un ragazzo di 13 anni che voleva un aeroporto in cortile.

E quell'aeroporto oggi c'è.

Scusate quindi la banalità del pensiero, ma questa storia mi ha fatto pensare che tutti possiamo avere il personalissimo aeroporto in cortile. Basta volerlo.

Io non so cosa vogliate voi, ma ogni tanto mi dimentico di ciò che voglio io. O meglio: penso sia irrealizzabile.

Forse dovrei pensare di più a John Travolta e al suo aeroporto, quando capita.





domenica, ottobre 13, 2013

I lego e l'effetto placebo per la domenica sera - Life in Technicolor part 214

Io la domenica sera la detesto.

Talmente tanto che ne ho già scritto in altri post ma tanto è il fastidio che non ho neanche voglia di cercare i riferimenti corretti per linkarveli.

Così a cena ho fatto un pensiero ragionato per  capire quando questo senso di insofferenza si sia sviluppato, e con la mente sono tornato alle elementari, diciamo alla fascia d'età complesa fra i 7 e i 11 anni.

Quando ero ragazzino, passavo il tempo libero a giocare con i Lego. Avevo un castello, tanti cavalli e tanti omini, con le armi bianche perché fucili e attrezzature moderne non mi piacevano.

Giocavo con i cavalieri, io.

E ogni giorno inventavo una storia. Cioè: l'ho inventata una volta sola, e ogni giorno giocavo alla solita storia, sempre la stessa.

Ve la racconto. In pratica giocavo che un piccolo gruppo di ribelli combattevano contro un esercito ben organizzato, più numeroso e più cattivo.

All'inizio c'erano pochi uomini fra i ribelli, poi mano a mano che la storia proseguiva aumentavano di numero. All'inizio i buoni non avevano armi, però gliele facevo trovare in una sorta di agguato a un piccolo trappello di soldati, che orchestravo io. Posso senza dubbio affermare che la famosa scena dell'orda barbarica che appare ne Il Gladiatore di Ridley Scott l'ho girata io, con i Lego, già nel 1991: infatti, quello che identificavo con il capo lo facevo saltare su un cavallo, gli facevo impartire ordini, se non sbaglio gli facevo anche lanciare una spada da uno che era a piedi.

Vabbè, in ogni caso: l'epilogo era una battaglia finale dove i buoni vincevano, i cattivi perdevano e io andavo a cena. Tutto contato anche a livello di tempistiche.

In settimana cominciavo a giocare alle 17.30, di solito con l'inizio dell'ultimo cartone animato di Bim Bum Bam, oppure qualche anno dopo con la fine dei Power Rangers.

Giocavo in camera da letto con la tv accesa, e accompagnando i miei giochi mi sono gustato un sacco di miniserie: da Highlander a Robocop, fino a Flash (erano miniserie molto naif, in un certo senso, però con un loro fascino). Tagliavo la testa al capo cattivo in concomitanza con la prima chiamata di mia mamma che annunciava la cena in tavola, fra le 19.30 e le 20.

Nel weekend, cambiava la programmazione televisiva ma non il mio passatempo. La storia era sempre quella, solo che durava anche dopo l'orario di cena e si spingeva, udite udite, anche fino alle 22.

Alla domenica idem. E ricordo distintamente che c'era un retrogusto amaro a smettere di giocare con i Lego, quando erano le 19.30 della domenica sera. Forse perché a mamma piaceva molto il tenente Colombo con Peter Falk, lo davano su Rete4 e lei lo guardava sempre, roba da veri fan. Solo che a me non piaceva tanto e la cosa mi intristiva.

Ecco, un po' era quello che non mi faceva piacere la domenica sera. Poi c'era anche lo svegliarsi al mattino per andare a scuola, mi dispiaceva che fosse finita la mia pausa di riposo. Ma c'era anche qualcosa di più atavico, una sorta di maledizione di quei momenti.

La domenica sera era sempre triste. Lo è sempre stata, ma per tutti. Non ricordo a memoria una persona che, da quando sono nato, mi abbia detto che gli piace la domenica sera.

Stasera quindi mi sono rifugiato in quel pensiero lì. Quando giocavo nella mia cameretta con i Lego, da solo. Inventavo storie sempre diverse sulla stessa storia. Era bello sapere che dopo la domenica sarebbe arrivato il lunedì e, con lui, sarebbe ricominciata la mia settimana di battaglie con i Lego.

I Lego sono il mio effetto placebo per l'ennesima domenica sera con questo retrogusto così assolutamente radicato e inscindibile. Non giocherò con i Lego domani, ma ripensandoci è bello sapere che una parte di me è ancora lì che gioca tranquillo e inventa storie, pensando che un giorno si dovrà smettere per forza di giocare con i Lego ma solamente perché sarà arrivata l'adolescenza, e si fotta il tempo e la domenica sera, stasera rimango ancora un po là perché lì non c'è domenica sera, c'è solo serenità, e giochi, e storie.







martedì, ottobre 08, 2013

Il monologo finale di Grey's Anatomy che non ascolterai mai in TV - Life in Technicolor part 213



Ed eccola, la serenità.

La vedi negli occhi dei passanti che non conosci, la mattina presto quando vai al lavoro.
Sta nei gesti che compi senza più accorgertene, nella voglia di piangere che ogni tanto ti prende e non sai il perché.

Sta nel mondo che è grande quanto un isolato fatto di corsa, mentre stai tornando a casa e piove senza che domani possa smettere.

Sta nelle code della città in festa, la città è sempre in festa se guardi le mille luci che la riempiono quando alle 19 è ormai già buio.

Non hai mai smesso di credere che un giorno la serenità potesse arrivare anche a casa tua. L'hai desiderata una vita intera, invocata, fra strade e canzoni e parole. L'hai cercata nei posti sbagliati, e quando credevi fossero quelli giusti lo erano solo per te.

Poi arriva. E ti sei talmente abituato a non averla con te, che non la riconosci quando un giorno, senza preavviso, appare.

La guardi mentre ti passa di fronte, si ferma qualche secondo con te, e non le parli.

Per questo, il più delle volte, la vedi andare via.


Fino a che, un giorno, quando non ci speravi più, lei ripassa. E cominci a parlarle.