giovedì, novembre 28, 2013

Il più bel locale di Torino - Life in Technicolor part 223

Io (al centro), Pietro (a sinistra) e Robi (a destra)
una seratadello scorso giugno, a CasaMAD.
Formalmente il post è su altro e la foto è azzeccata per metà,
però mi va di mettere questa: quindi amen.

La prima volta che ho scritto qualcosa su CasaMAD era il 2010. Era un racconto, questo.

L'dea mi era venuta in mente quando, entrando la prima volta lì nell'ottobre 2009 in una notte di pioggia, notai le marionette che pendevano dal tetto e - guardandole - immaginai una storia.

La scrissi nell'agosto dell'anno dopo, ma non importa.

Importa che quella notte entrai sul serio a CasaMAD.

Daniela e Antonio avevano appena aperto il locale, da un paio di settimane. Credo non lo conoscessero in tanti, al tempo.

Si presentarono, chiesi una birra e mi portarono una pinta che sapeva tremendamente di SuperStorm, e io che bevo solo SuperStorm che ce l'hanno in pochi, mi stupii. Ricordo che pensai: "Questo è il posto più figo che c'è".

Perché la radio suonava jazz, e charleston, e poi musica classica, e avevano una birra che sembrava SuperStorm. Perché c'era un tepore che senti solo a casa tua. Non per nulla, Daniela lo considera Casa, sua e dei suoi amici.

Ha una storia il nome, sapete? CasaMAD, intendo. Ma non ve la racconterò io: quella storia la lascio a Daniela, che la racconta sempre a chi passa di lì la prima volta.

Così, da quella sera, ho cominciato ad andarci. Sempre più spesso.

Piano piano, siamo diventati amici veramente.

Forse anche per quello da CasaMAD ci ho fatto 4 reading: l'ultimo il 21 settembre scorso, il più difficile, e anche il più speciale, dato che è stato un concerto oltre che un reading e - soprattutto - con me c'era Pietro.

Momenti speciali, che si assommano a tutto ciò che ho vissuto in quell'angolo di Torino.

Lì ho ricordi: dei negroni bevuti d'estate, dei sogni e delle storie che mi sono venute in mente, delle speranze e delle attese. CasaMAd è come fosse uno spazio tutto mio, che dal 2009 ho riempito con tante immagini, dove posso andare quando mi sento solo o quando voglio fare festa. Dove trovo  amici con cui parlare, sorrisi e anche obiettivi: perché ogni volta è un invito, "quando torni a leggere?" e allora mi viene voglia di rimettermi in gioco e scrivere un'altra storia.

Con Antonio abbiamo anche inventato un cocktail, il Bella di Notte. La storia però non ve la racconterò io: quella la lascio a lui, che ogni tanto la racconta a chi lo ordina per la prima volta. Ve lo dico non perché è una roba che abbiamo inventato insieme, ma perché è buono, e la storia è pure bella.

Credo che CasaMAD sia uno di quei posti che rientrano nella categoria "luogo del cuore": per questo e per tanti altri motivi credo sia il più bel locale di Torino. Dico sul serio.

Sembra di essere a Parigi, più di quanto ti sembri di essere a Parigi nel resto di Torino. Non fa mai troppo caldo o troppo freddo, ma c'è sempre il tempo giusto, anche quando piove o quando nevica. Ci sono i divani, tavoli imbanditi e il pianoforte. Si mangia e si beve. Si fa festa, c'è musica e c'è calma. Serenità, insomma.

E colori, anche. Perché Daniela dipinge, sapete? E lì trovate i suoi quadri. Una volta mi ha raccontato che durante il Salone del Libro uno scrittore americano gliene chiese uno, e... Ma no: anche questa storia nel caso fatevela raccontare da lei.

Tutte 'ste cose ve le scrivo oggi, perché ho pensato che un post tutto per CasaMAD non l'avevo mai scritto. Ho scritto tante storie per CasaMAD, ma mai su CasaMAD.

Ecco, oggi ho pensato che fosse il momento giusto per farlo. Perché ogni tanto hai bisogno di tornare a casa, per un po': e se stai cercando quale sia, quella giusta, allora magari sei stanco perché la ricerca logora e hai bisogno comunque di un po' di ristoro, ma non sai dove andare.

E allora, passi da lì e scopri che casa tua è negli angoli che non ti aspetti. In fondo via Santa Chiara a Torino è piccina, ci passi solo se sai dov'è. Beh, è lì che si trova il più bel locale di Torino e c'è un buon posto per riposarsi, almeno un po'.


Passateci. Anche solo per sapere quelle tre storie di cui vi accennavo io: raccontate da Daniela e Antonio, credetemi, saranno storie che vi porterete dietro per sempre.

Ci si vede lì.



lunedì, novembre 18, 2013

3h 59' 55'' - Life in Technicolor part 222

Io, Pietro (al centro) e Robi (a destra) in un momento
che non c'entra un cazzo con la Turin Marathon.
Il mio amico Robi domenica ha corso la Turin Marathon.

Sono due anni o forse qualcosina in più che Robi corre, aveva già fatto qualche maratona, una in particolare - quella di Vienna - a me e Pietro l'aveva raccontata con un po' di fastidio, perché durante la notte prima della gara era stato male e aveva corso i 42 kilometri e 195 metri con molta difficoltà.

Era arrivato fino alla fine, ma non come avrebbe voluto: per questo forse ci teneva a farne un'altra.

Quando ci parlava di questo appuntamento, ci diceva che il suo obiettivo era percorrere tutta la strada entro le 4 ore. Sotto quel tempo, per lui il risultato sarebbe stato raggiunto: sarebbe stato come una vittoria.

Robi domenica ha corso la Turin Marathon e ha fatto i 42 kilometri e 195 metri in 3 ore, 59 minuti e 55 secondi. Un attimo d'incertezza in più, forse, e non avrebbe tagliato il traguardo sotto il limite che si era posto. Un centinaio di metri percorsi a passo ridotto, e forse quel muro invisibile non sarebbe stato abbattuto.


E invece, Robi ce l'ha fatta. Per cinque secondi netti, ce l'ha fatta. Ha raggiunto il suo traguardo.

Io e Pietro abbiamo osservato questa sua galoppata con ammirazione. In questi mesi d'allenamento, era come il vedersi concretizzare un modello applicativo coniato dallo stesso Pietro qualche mese fa e adottato da tutti noi, che recitava semplicemente #PorreCause.


Ognuno di noi, inteso come me e voi che leggete, ha una o più Cause, o meglio: un motivo o più motivi per andare avanti. Un qualcosa che ci spinge a migliorarci, crescere, andare oltre, stare bene. Decliniamo questa vocazione in forme diverse, siano essere lo sport, l'arte, il lavoro. A volte la nostra Causa è una persona, ed è forse la Causa più bella e complessa che ci sia.

Quel traguardo sotto le quattro ore era una di quelle cose che per il nostro amico simboleggiavano una Causa: da superare, esorcizzare, demolire, un limite per mostrarsi cresciuto.
Per come l'ho interpretata io, era come un confine fra ciò che si era e ciò che si vuole essere.
Robi non lo sa, ma guardandolo in questi mesi mentre faceva i "lunghini", la dieta, andava a dormire presto, i suoi amici correvano con lui, anche noi, in silenzio, lo spingevano ad arrivare sotto quel limite che era qualcosa di più d'una barriera di tempi e performance podistiche. Dentro di me pensavo: Dai Robi che ce la fai, basterà anche solo un secondo e sarà come aver vinto.

Per questo oggi 5 secondi sotto il limite mi sembrano tantissimi: perché sono il frutto di una costanza che si mette solo quando di mezzo c'è una Causa, e Dio solo sa quante volte servirebbe mettercela, quella costanza.

E allora, quando ieri ci ha comunicato il tempo finale e noi abbiamo deciso di brindare per festeggiarlo, ho pensato che sono queste le cose che val la pena raccontare.

Ecco, questa storia è per il mio amico Robi e per voi: perché anche fra voi, magari, c'è chi pensa ad un traguardo e spera, un giorno, di superarlo. Come fosse il cammino per andare oltre il proprio confine, oltre una Causa.

Per voi ho anche un consiglio banale e puntuale: puntate dritti all'obiettivo. Siate coerenti, famelici, siate incazzati e determinati, siate sinceri. Quelle 4 ore si possono battere, l'altro giorno me l'ha insegnato una volta in più il mio amico, che ce l'ha fatta.


Bravo Robi. E grazie.




venerdì, novembre 15, 2013

Quando era ancora Little Boy Bill - Life in Technicolor part 221



Bill cammina sotto la pioggia e non sa più dove guardare.

Bill quando era piccolo amava la pioggia e se poteva, usciva sempre senza ombrello.

Bill amava l'inverno e il freddo, e lo sguardo lo teneva sempre rivolto a nord.

Bill era uno di quelli che non parlano mai per primi, perché è così che immaginava fanno gli uomini che venivano dal nord.

Bill era un bambino e per certi versi lo è ancora, anche stamattina.

Bill che sogna sotto la pioggia e che non apre il cuore a nessuno, rimane immobile la gente intorno e lui continua a camminare.

Bill canta senza aprire bocca, quando è così.

Ogni tanto a Bill torna in mente quando era piccolo e non c'erano giorni brutti o giorni belli, c'erano solo giorni. Bill non si sente così da un po'.

Quando l'ha chiamato ieri sera, a papà Bill ha risposto tranquillo. Gli ha detto che andava a lavorare, e invece  ha preso un giorno di vacanza.

Perché le previsioni lo dicevano da giorni, che oggi pioveva. E a Bill era da un po' che andava di camminare sotto la pioggia, qualche ora, da solo. Senza che ci fosse un particolare motivo per farlo.

Bill oggi è ancora Bill, anche se non più originale come allora. Sarà forse l'aria della città ad averlo sporcato, a farlo sentire meno uguale a sè stesso. Forse è soltanto la voglia di ricordare, a frenarlo. Forse è solo quello.

Poi ogni tanto la pioggia smette, e quando sembra ci sia il sole che spunta, ricomincia.

Questo è il nord, bellezza. A Bill piace così. Ancora come allora, quando era piccolo.

Voleva essere un uomo del nord, Bill. Non è ancora un uomo, chissà se lo sarà mai.




martedì, novembre 12, 2013

C'è un posto che si chiama Île-d'Aix - Life in Technicolor part 220

Volevo raccontarvi una roba del viaggio che ho fatto quest'estate.

Sì, il viaggio è lo stesso di cui vi ho parlato qui.

Però un altro giorno.

In pratica è andata così. Un giorno io, Pietro, Robi e Luca abbiamo preso una barca di quelle di linea che da La Rochelle ci ha condotto in un'isola.

Quel luogo si chiama Île-d'Aix

Secondo me è un posto bellissimo, sembra un po' Hobbiville un po' pubblicità del Mulino bianco old style, quelle dove non si vede il mulino dentro ma la campagna fuori. E c'è l'oceano, tutto intorno c'è l'Atlantico.

Quando siamo arrivati gli altri si sono fermati in spiaggia, mentre io che avevo voglia di pensare un po' ho preso coraggio e sono andato un po' in giro. E sono arrivato in una specie di grande spazio tipo altipiano, o scogliera, che dava proprio sull'acqua. C'erano delle panchine, una era libera e mi ci sono seduto. 

Ho fatto una foto e avevo tutta la luce del sole contro, ma era bella talmente la scena che l'ho tenuta.



Poi però ho lasciato anche la panchina e sono andato proprio sugli scogli, mi sono seduto lì e ho cominciato a guardare avanti a me.

Era tutto luce e colori, e infatti ho deciso che un po' di colori li avrei portati con me. In che forma non ve lo dirò, però un po' sul serio li ho portati a casa.


Beh, a volte ripenso a quel luogo e penso che ho voglia di tornarci. 

Perché?

Perché dovete sapere che là, all'Île-d'Aix se vi impegnate, potrete vedere oltre. 

Oltre le vostre paure.
Oltre il vostro passato.
Oltre le cose che desiderate.
Oltre i vostri sentimenti.
Oltre l'oceano e la terra, e anche oltre il cielo.
Oltre le persone che vi circondano. 

Là potete guardare il mondo e pensare che non tutto finisce con il dolore, o con il lieto fine, ma semplicemente è un continuo turbinare di sensazioni, è tutto un unico marasma che passa e si trasforma e voi siete lì e potete ballare con il caos oppure fermarvi e lasciarvi trasportare.

Ma sapete la cosa spaventosa di tutta la faccenda? Che tutto questo guardare oltre è quieto. 

Non c'è agitazione, ma è tutto un affresco che vi riesce a calmare, a rasserenare.

Io là ci voglio tornare perché là è uno di quei posti dove per qualche attimo ho guardato anche oltre me.

Là è uno di quei posti dove quando torni riporti un po' dei doni che hai preso quando ci sei stato la prima volta.

Là ci voglio tornare e voglio raccontare ad alta voce questa storia, seduto su quello stesso scoglio dove sono passato un giorno qualsiasi, quest'estate.

Aspettami Île-d'Aix, tanto prima o poi torno.



lunedì, novembre 04, 2013

Il più grande filosofo del mondo - Life in Technicolor part 219



















Sei il più piccolo e anche il più saggio che conosco, e rendi il mondo migliore.
Ti voglio bene, Alessandro.




domenica, novembre 03, 2013

Fenomenologia del coro parrocchiale - Life in Technicolor part 218

Avendo un'ampia esperienza nel campo avendo frequentato per anni il settore, posso certamente offrire uno spaccato obiettivo e rassicurante di una delle fenomenologie più interessanti del panorama religioso attuale: le corali, o cori, parrocchiali.

Un aggregato sociale interessante e variegato, che senza dubbio non può intrigare i più fini osservatori che cercano risposte nella quotidianità rispetto ai grandi temi universali: "Da dove veniamo?", "Dove stiamo andando?", "Perché in Italia votiamo ancora il PDL?" e cose di questo genere.

Quello che seguirà, amici lettori, sarà un esercizio per identificare gli archetipi degli affiliati a questo genere di congreghe, che tanto possono raccontare del genere umano e della discrepanza che si può trovare, oggidì, nel dialogo fra l'Altissimo e l'Uomo.

(Premessa: sto scrivendo questo post ascoltando Ok Computer dei Radiohead e Random Access Memories dei Daft Punk, ciò significa che potrei risultare anche un po' stronzo considerando l'indirizzo alienante del tappeto sonoro. Pazienza. ndr)

Il coro parrocchiale nasce con l'obiettivo di accompagnare con il canto e la musica la funzione religiosa. Ha nella sua genesi, quindi, un tratto distintivo ed identitario con chiara vocazione positivista.

Di solito popolato da habitué, si rinnova con tempistiche "scolastiche", andando a prendere i natali prima dell'inizio dell'attività oratoriale ed esaurendo la sua funzione a giugno, con l'inizio dei campi estivi.

In esso, si possono identificare i seguenti profili:

IL CONDOTTIERO, AKA MUTI: è il responsabile. Colui si mette davanti al gruppo agitando le mani con segni più o meno convenzionali, nel tentativo di amalgamare voci e musica e offrire un'immagine di coordinamento generale, gestendo prove e gran galà. Solitamente incaricato di richiamare all'ordine i commilitoni, è d'età medio/alta e trova il suo sfogo massimale in quest'attività domenicale, al pari dei calciatori dilettanti con la partita del sabato e gli scommettitori del totonero al bar malfamato. 
La variante "capopopolo" del Condottiero aka Muti è tunicata e posta di fronte al popolo della chiesa, intento a continuare l'animosa gestualità dei suoi arti superiori con la chiara supponenza di chi sa. Personalmente ricordo un Condottiero aka Muti particolarmente indisponente per il suo esser convinto di esser figo e indispensabile, non ne farò il nome ma ricordo quando 15enne lo vedevo la domenica mattina in chiesa, vestito di bianco con lo sguardo di Alì prima di abbattere Frazier e la tempra agonistica del post messa che gli impone di venire ad ammonirti perché non cantavi, a volte pavoneggiarsi sul sagrato nel post varietà religioso... Ecco, il ricordarlo ancor oggi mi fa contemporaneamente sorridere e chiedermi dove abbiamo sbagliato nel processo di selezione della specie.

IL FELICE: uomo o donna, non fa differenza. Il Felice è il tipico Parrocchino (a cui dedicheremo una puntata speciale della serie, dal titolo "Il Parrocchino") che quando canta scambia sguardi d'intesa con il vicino, sorride al prete convinto di esserne il maggior consigliere che neanche Vito Corleone con Tom Hagen, vive la funzione come l'unione fra una kermesse alla Sanremo e, appunto, una messa. Di solito, il Felice si lascia prendere dall'entusiasmo, abbraccia i suoi vicini durante la preghiera, si sente a casa nel gruppo, sente il coro come la sua squadra. Durante i momenti di raccoglimento, il Felice è quello che mostra al popolo di fedeli come si prega, prostrandosi, inginocchiandosi, mimando uno stato di trance che neanche Solange a Buona Domenica ai bei tempi della Cuccarini: la sua repentina trasformazione da invasato a mistico è dovuta alla sua appartenenza alla suddetta specie dei Parrocchini, chiaramente specialisti della disciplina "Sono un supponente del cazzo e non perdo occasione di ricordartelo". Il Felice è anche l'archetipo presente in numero maggiore in ogni coro di chiesa. La variante più pericolosa e irritabile del Felice è l'esemplare dotato di tamburello simil siculo con piattini con fare ai lati, da suonare da (presunto) esperto: c'è chi guardando questo tragico spettacolo si è convertito alla religione rastafari, sul caso indagano i massimi esorcisti del Vaticano.

IL CHITARRISTA: di due tipi, Moderato e Anarchico, è un ruolo chiave del coro. Colui che produce la melodia su cui i coristi si cimentano. 
Il Chitarrista Moderato (partiamo da lui perché più attinente al contesto) è quello che diligentemente suona gli accordi non concedendosi alcun vezzo di natura stilistica/ritmica. Lui SA che da lui dipende la buona riuscita del canto dell'offertorio o finale, SA che uno sbaglio può portare a uno dei grandi rischi che il coro corre: la stecca, o peggio il silenzio imbarazzato di chi ha sbagliato. Per questo esegue il compitino come il centrocampista che al fantacalcio ti prende sempre 6: senza picchi o lacune. Insomma, il Chitarrista Moderato è un po' il Padoin della rosa: tutti ne vorrebbero uno con sé perché garantisce il giusto mix di qualità e quantità.
Il Chitarrista Anarchico è invece l'outsider. Solitamente coinvolto in un qualche genere di attività parallela mal vista dalla comunità di Parrocchini (una garage band punk, un giro di amicizie anche al di fuori dell'oratorio quindi di default pericoloso, peccaminoso, che lo marchiano a vita come un pericolo per tutta la Chiesa Universale) è quello che sa trasformare un'Alleluja in un samba, un Santo un Pizzicato a tempo di Rock, un canto per l'Eucarestia un pezzo ska. Con l'avvento di Papa Bergoglio, considerando che il Chitarrista Anarchico è quello che veramente trasforma le canzoni del coro in un qualche genere di espressione gioiosa, questa figura sta finalmente affrontando un processo di rivalutazione che lo porterà, al pari di divorziati e gay, ad assumere finalmente il ruolo nella Chiesa diverso da quello del reietto. 
Nota personale: quando ero giovane e appartenente alla crew dei suonatori in chiesa, anche io ero uno di questi soggetti. Avevamo anche una sorta di loggia insieme ad altri come me: di noi si ricorda ancora un "Madre della Foresta" urlato al posto di "Madre della Speranza" cantato a una messa del mercoledì, frutto di un'esaltazione musical-anarchica, che fruttò a noi una squalifica di un mese, a me la possibilità di suonare al gran varietà Pasquale (il sogno di tutti i Chitarristi Anarchici) e una sorta di embolo alla suorina che ci accompagnava. #respect

IL CONVINTO: anche se siamo in chiesa, è quello che sta sul cazzo a tutti ma nessuno lo dice (proprio perché a maggioranza composto da parrocchini, il coro della chiesa è tendente a un generale stato omertoso e permanente che ne fa la più grande esposizione di maschere dopo il Carnevale di Venezia). Il Convinto ha la presunta consapevolezza di saper cantare da Dio, roba da XFactor e giù di lì: si lancia quindi in doppi canoni arzigogolati carpiati in fa maggiore senza che la cosa azzecchi con nulla ma lui SA, quindi è così che si fa e io sono io e voi non siete un cazzo. Il risultato è sempre discutibile ma pazienza, lui è. Indi: guai a chi lo critica perché sennò son sguardi di disapprovazione generali e una parolina sussurrata nell'orecchio degli opinion leader parrocchiali (seminarista, capo animatore, catechista) che riferisce di un qualche presunto coinvolgimento in un traffico illegale di armi in Congo che faranno del malcapitato critico un pericolo pubblico da distruggere. Il Convinto è di solito appartenente alla categoria dei Parrocchini storici, quelli che stanno nella comunità da più di 15 anni e quindi si sentono in diritto di sparare merda su ogni persona gli stia sul cazzo: ma questo lo affronteremo, come dicevamo prima, nel capitolo dedicato ai Parrocchini.
Ricordo ancor oggi un Convinto, di cui ovviamente non farò il nome, che rivolgendosi a un giovane Chitarrista Anarchico (che oggi è jazzista professionista ndr) disse con fare sprezzante: "Ovviamente è chiaro che io ho una voce più bella e intonata della tua". Il Convinto di turno credo facesse il ragioniere e non si hanno testimonianze di un qualsivoglia studio musicale nel suo CV, o testimonianze dirette di una sua abilità confermata in ambito canoro. Il Chitarrista Anarchico oggetto della puntualizzazione pare che ancor oggi abbia attacchi di buonumore nel ripensare alla cosa: il Convinto citato, invece, ovviamente si crede ancora un Jeff Buckley mancato ma altro non è che un montato apocalittico.

IL MUTO: va nel coro chi dice per caricare, chi dice perché non sa dove fare amicizia, chi dice per sincera devozione (e questo, lasciatemi dire, è ammirevole). Non essendo però dotato di voce per cantare, essendo stonato come un timpano crepato in un bombardamento di una pagoda a Saigon, rimane in silenzio. C'è chi si chieda perché sia ancora lì, personalmente ritengo che sia l'esempio lampante che in fondo c'è ancora chi ci crede, indi tanta stima per te, amico Muto.

LE COMPARSE: ci sono e non ci sono. Nessuno si rende conto che facciano parte del coro, eppure siamo sicuri che esistano componenti che rientrano in tale archetipo. Semplicemente, sono quelli che appaiono una domenica a caso, come se nulla fosse, simulando un tempo che non è mai passato. A volte tentano anche di comandare, ma il risultato è una generale, omertosa disapprovazione (come tipico dei parrocchini) infarcita di sorrisi, abbracci dal Felice e obiezioni antipatiche del Convinto che come il cane che piscia sul selciato del marciapiede, deve marcare il territorio. Talvolta, il Chitarrista Anarchico vuole farsi l'immancabile Comparsa gnocca, che appare ogni volta che un fidanzatino/amante puntualmente esterno alla dimensione parrocchiale le ha piantato le corna e si rivolge al canto in chiesa come parentesi per non pensare ai cazzi suoi e per farsi risalire l'autostima (guardando i parrocchini, ovviamente.).

L'ORGANISTA: compare solo nei grandi varietà religiosi deluxe, su tutti veglia di Natale e Pasqua. Solitamente un musicista vero che approda sul pianeta Coro su diretta convocazione del Parroco, suona a braccio, senza neanche guardare gli spartiti, ascoltando i mormorii di approvazione della crew coresca che intona l'ode alla sua propensione musicale ma rimanendone impassibile essendo la crew coresca composta prevalentemente da sfigati insignificanti. L'Organista è modesto, risponde infatti con un sorriso alle domande pseudotecniche del Convinto rispondendo sì anche alla classica domanda premessa: "Oh, ma sai anche suonare Basket Case? No perché sarebbe figo metterla come base della salmodia!" (ogni Convinto ritiene Basket Case dei Green Day l'architrave portante di una conoscenza musicale che si ritenga tale ndr). Il suo educato sorriso s'incrina solo quando il Convinto gli chiede di suonare insieme in una garage band, nonostante i suoi 40 anni passati: il suo "no" rimane comunque educato e rispettoso. 

I RELIGIOSI: seminaristi e suore, di solito, che cantano perché ci credono sul serio. Qui non scherzo perchè è grazie a loro che la Chiesa vive ancor oggi.

Questi i profili tratteggiati fino ad oggi in una corale di parrocchia. Non so se voi ne abbiate altri, non so se considerate la mia analisi troppo stronza: però stamattina pensavo che sì, bisogna spaccare questa percezione che i cattolici siano tutti degli invasati integralisti affetti da presobenismo omertoso e presunzione di superiorità. Anche perché se c'è un male è proprio questa struttura irrigidita dall'autoreferenzialismo.
Magari il tema lo affronterò anche seriamente, in ogni caso il coro per come lo vedo io veramente è formato da personaggi così. Pensatevi, se ricapitate a messa la prossima volta.