domenica, novembre 03, 2013

Fenomenologia del coro parrocchiale - Life in Technicolor part 218

Avendo un'ampia esperienza nel campo avendo frequentato per anni il settore, posso certamente offrire uno spaccato obiettivo e rassicurante di una delle fenomenologie più interessanti del panorama religioso attuale: le corali, o cori, parrocchiali.

Un aggregato sociale interessante e variegato, che senza dubbio non può intrigare i più fini osservatori che cercano risposte nella quotidianità rispetto ai grandi temi universali: "Da dove veniamo?", "Dove stiamo andando?", "Perché in Italia votiamo ancora il PDL?" e cose di questo genere.

Quello che seguirà, amici lettori, sarà un esercizio per identificare gli archetipi degli affiliati a questo genere di congreghe, che tanto possono raccontare del genere umano e della discrepanza che si può trovare, oggidì, nel dialogo fra l'Altissimo e l'Uomo.

(Premessa: sto scrivendo questo post ascoltando Ok Computer dei Radiohead e Random Access Memories dei Daft Punk, ciò significa che potrei risultare anche un po' stronzo considerando l'indirizzo alienante del tappeto sonoro. Pazienza. ndr)

Il coro parrocchiale nasce con l'obiettivo di accompagnare con il canto e la musica la funzione religiosa. Ha nella sua genesi, quindi, un tratto distintivo ed identitario con chiara vocazione positivista.

Di solito popolato da habitué, si rinnova con tempistiche "scolastiche", andando a prendere i natali prima dell'inizio dell'attività oratoriale ed esaurendo la sua funzione a giugno, con l'inizio dei campi estivi.

In esso, si possono identificare i seguenti profili:

IL CONDOTTIERO, AKA MUTI: è il responsabile. Colui si mette davanti al gruppo agitando le mani con segni più o meno convenzionali, nel tentativo di amalgamare voci e musica e offrire un'immagine di coordinamento generale, gestendo prove e gran galà. Solitamente incaricato di richiamare all'ordine i commilitoni, è d'età medio/alta e trova il suo sfogo massimale in quest'attività domenicale, al pari dei calciatori dilettanti con la partita del sabato e gli scommettitori del totonero al bar malfamato. 
La variante "capopopolo" del Condottiero aka Muti è tunicata e posta di fronte al popolo della chiesa, intento a continuare l'animosa gestualità dei suoi arti superiori con la chiara supponenza di chi sa. Personalmente ricordo un Condottiero aka Muti particolarmente indisponente per il suo esser convinto di esser figo e indispensabile, non ne farò il nome ma ricordo quando 15enne lo vedevo la domenica mattina in chiesa, vestito di bianco con lo sguardo di Alì prima di abbattere Frazier e la tempra agonistica del post messa che gli impone di venire ad ammonirti perché non cantavi, a volte pavoneggiarsi sul sagrato nel post varietà religioso... Ecco, il ricordarlo ancor oggi mi fa contemporaneamente sorridere e chiedermi dove abbiamo sbagliato nel processo di selezione della specie.

IL FELICE: uomo o donna, non fa differenza. Il Felice è il tipico Parrocchino (a cui dedicheremo una puntata speciale della serie, dal titolo "Il Parrocchino") che quando canta scambia sguardi d'intesa con il vicino, sorride al prete convinto di esserne il maggior consigliere che neanche Vito Corleone con Tom Hagen, vive la funzione come l'unione fra una kermesse alla Sanremo e, appunto, una messa. Di solito, il Felice si lascia prendere dall'entusiasmo, abbraccia i suoi vicini durante la preghiera, si sente a casa nel gruppo, sente il coro come la sua squadra. Durante i momenti di raccoglimento, il Felice è quello che mostra al popolo di fedeli come si prega, prostrandosi, inginocchiandosi, mimando uno stato di trance che neanche Solange a Buona Domenica ai bei tempi della Cuccarini: la sua repentina trasformazione da invasato a mistico è dovuta alla sua appartenenza alla suddetta specie dei Parrocchini, chiaramente specialisti della disciplina "Sono un supponente del cazzo e non perdo occasione di ricordartelo". Il Felice è anche l'archetipo presente in numero maggiore in ogni coro di chiesa. La variante più pericolosa e irritabile del Felice è l'esemplare dotato di tamburello simil siculo con piattini con fare ai lati, da suonare da (presunto) esperto: c'è chi guardando questo tragico spettacolo si è convertito alla religione rastafari, sul caso indagano i massimi esorcisti del Vaticano.

IL CHITARRISTA: di due tipi, Moderato e Anarchico, è un ruolo chiave del coro. Colui che produce la melodia su cui i coristi si cimentano. 
Il Chitarrista Moderato (partiamo da lui perché più attinente al contesto) è quello che diligentemente suona gli accordi non concedendosi alcun vezzo di natura stilistica/ritmica. Lui SA che da lui dipende la buona riuscita del canto dell'offertorio o finale, SA che uno sbaglio può portare a uno dei grandi rischi che il coro corre: la stecca, o peggio il silenzio imbarazzato di chi ha sbagliato. Per questo esegue il compitino come il centrocampista che al fantacalcio ti prende sempre 6: senza picchi o lacune. Insomma, il Chitarrista Moderato è un po' il Padoin della rosa: tutti ne vorrebbero uno con sé perché garantisce il giusto mix di qualità e quantità.
Il Chitarrista Anarchico è invece l'outsider. Solitamente coinvolto in un qualche genere di attività parallela mal vista dalla comunità di Parrocchini (una garage band punk, un giro di amicizie anche al di fuori dell'oratorio quindi di default pericoloso, peccaminoso, che lo marchiano a vita come un pericolo per tutta la Chiesa Universale) è quello che sa trasformare un'Alleluja in un samba, un Santo un Pizzicato a tempo di Rock, un canto per l'Eucarestia un pezzo ska. Con l'avvento di Papa Bergoglio, considerando che il Chitarrista Anarchico è quello che veramente trasforma le canzoni del coro in un qualche genere di espressione gioiosa, questa figura sta finalmente affrontando un processo di rivalutazione che lo porterà, al pari di divorziati e gay, ad assumere finalmente il ruolo nella Chiesa diverso da quello del reietto. 
Nota personale: quando ero giovane e appartenente alla crew dei suonatori in chiesa, anche io ero uno di questi soggetti. Avevamo anche una sorta di loggia insieme ad altri come me: di noi si ricorda ancora un "Madre della Foresta" urlato al posto di "Madre della Speranza" cantato a una messa del mercoledì, frutto di un'esaltazione musical-anarchica, che fruttò a noi una squalifica di un mese, a me la possibilità di suonare al gran varietà Pasquale (il sogno di tutti i Chitarristi Anarchici) e una sorta di embolo alla suorina che ci accompagnava. #respect

IL CONVINTO: anche se siamo in chiesa, è quello che sta sul cazzo a tutti ma nessuno lo dice (proprio perché a maggioranza composto da parrocchini, il coro della chiesa è tendente a un generale stato omertoso e permanente che ne fa la più grande esposizione di maschere dopo il Carnevale di Venezia). Il Convinto ha la presunta consapevolezza di saper cantare da Dio, roba da XFactor e giù di lì: si lancia quindi in doppi canoni arzigogolati carpiati in fa maggiore senza che la cosa azzecchi con nulla ma lui SA, quindi è così che si fa e io sono io e voi non siete un cazzo. Il risultato è sempre discutibile ma pazienza, lui è. Indi: guai a chi lo critica perché sennò son sguardi di disapprovazione generali e una parolina sussurrata nell'orecchio degli opinion leader parrocchiali (seminarista, capo animatore, catechista) che riferisce di un qualche presunto coinvolgimento in un traffico illegale di armi in Congo che faranno del malcapitato critico un pericolo pubblico da distruggere. Il Convinto è di solito appartenente alla categoria dei Parrocchini storici, quelli che stanno nella comunità da più di 15 anni e quindi si sentono in diritto di sparare merda su ogni persona gli stia sul cazzo: ma questo lo affronteremo, come dicevamo prima, nel capitolo dedicato ai Parrocchini.
Ricordo ancor oggi un Convinto, di cui ovviamente non farò il nome, che rivolgendosi a un giovane Chitarrista Anarchico (che oggi è jazzista professionista ndr) disse con fare sprezzante: "Ovviamente è chiaro che io ho una voce più bella e intonata della tua". Il Convinto di turno credo facesse il ragioniere e non si hanno testimonianze di un qualsivoglia studio musicale nel suo CV, o testimonianze dirette di una sua abilità confermata in ambito canoro. Il Chitarrista Anarchico oggetto della puntualizzazione pare che ancor oggi abbia attacchi di buonumore nel ripensare alla cosa: il Convinto citato, invece, ovviamente si crede ancora un Jeff Buckley mancato ma altro non è che un montato apocalittico.

IL MUTO: va nel coro chi dice per caricare, chi dice perché non sa dove fare amicizia, chi dice per sincera devozione (e questo, lasciatemi dire, è ammirevole). Non essendo però dotato di voce per cantare, essendo stonato come un timpano crepato in un bombardamento di una pagoda a Saigon, rimane in silenzio. C'è chi si chieda perché sia ancora lì, personalmente ritengo che sia l'esempio lampante che in fondo c'è ancora chi ci crede, indi tanta stima per te, amico Muto.

LE COMPARSE: ci sono e non ci sono. Nessuno si rende conto che facciano parte del coro, eppure siamo sicuri che esistano componenti che rientrano in tale archetipo. Semplicemente, sono quelli che appaiono una domenica a caso, come se nulla fosse, simulando un tempo che non è mai passato. A volte tentano anche di comandare, ma il risultato è una generale, omertosa disapprovazione (come tipico dei parrocchini) infarcita di sorrisi, abbracci dal Felice e obiezioni antipatiche del Convinto che come il cane che piscia sul selciato del marciapiede, deve marcare il territorio. Talvolta, il Chitarrista Anarchico vuole farsi l'immancabile Comparsa gnocca, che appare ogni volta che un fidanzatino/amante puntualmente esterno alla dimensione parrocchiale le ha piantato le corna e si rivolge al canto in chiesa come parentesi per non pensare ai cazzi suoi e per farsi risalire l'autostima (guardando i parrocchini, ovviamente.).

L'ORGANISTA: compare solo nei grandi varietà religiosi deluxe, su tutti veglia di Natale e Pasqua. Solitamente un musicista vero che approda sul pianeta Coro su diretta convocazione del Parroco, suona a braccio, senza neanche guardare gli spartiti, ascoltando i mormorii di approvazione della crew coresca che intona l'ode alla sua propensione musicale ma rimanendone impassibile essendo la crew coresca composta prevalentemente da sfigati insignificanti. L'Organista è modesto, risponde infatti con un sorriso alle domande pseudotecniche del Convinto rispondendo sì anche alla classica domanda premessa: "Oh, ma sai anche suonare Basket Case? No perché sarebbe figo metterla come base della salmodia!" (ogni Convinto ritiene Basket Case dei Green Day l'architrave portante di una conoscenza musicale che si ritenga tale ndr). Il suo educato sorriso s'incrina solo quando il Convinto gli chiede di suonare insieme in una garage band, nonostante i suoi 40 anni passati: il suo "no" rimane comunque educato e rispettoso. 

I RELIGIOSI: seminaristi e suore, di solito, che cantano perché ci credono sul serio. Qui non scherzo perchè è grazie a loro che la Chiesa vive ancor oggi.

Questi i profili tratteggiati fino ad oggi in una corale di parrocchia. Non so se voi ne abbiate altri, non so se considerate la mia analisi troppo stronza: però stamattina pensavo che sì, bisogna spaccare questa percezione che i cattolici siano tutti degli invasati integralisti affetti da presobenismo omertoso e presunzione di superiorità. Anche perché se c'è un male è proprio questa struttura irrigidita dall'autoreferenzialismo.
Magari il tema lo affronterò anche seriamente, in ogni caso il coro per come lo vedo io veramente è formato da personaggi così. Pensatevi, se ricapitate a messa la prossima volta.





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