venerdì, dicembre 27, 2013

"In occasione dell'inizio del mio 32esimo anno da Frank, dovrei ringraziare tutti voi. E forse così sarà." - Life in Technicolor part 226



Ogni anno che passa è diverso dal precedente, eppure anche paradossalmente identico.
Il Natale è sempre Natale, l'attesa del capodanno è sempre l'attesa del capodanno, i pacchetti si assomigliano tutti, in Inghilterra a Santo Stefano si gioca la Premier League e lo chiamano Boxing Day invece di Santo Stefano.

In mezzo alle festività, però, c'è il mio compleanno. Che ogni anno è diverso dall'anno precedente, e paradossalmente uguale: perché una delle grandi regole non scritte è che si cresce, si cambia, rimanendo sempre uguali a sè stessi. Una di quelle belle grandi frasi fatte che però ti calzano a pennello, come fatte su misura.

In occasione del mio compleanno, ogni tanto mi piace farmi un regalo.


Ad esempio nel 2000 avevo deciso di regalarmi lo smettere di fumare: quel pacchetto ancora devo ritirarlo, però immagino sia ancora un bellissimo regalo.
Nel 2008 mi ero regalato un bellissimo risveglio, con un albero decorato con le lucine in un piccolo salotto e una cesta stracolma di regali e carta da regali strappata dappertutto.
Nel 2011 mi sono regalato un viaggio, non come pensate voi, ma ugualmente un viaggio.

Quest'anno voglio regalarmi una specie di salto indietro, a ripercorrere quello che è stato il 31esimo anno da Frank (per chi non lo sapesse, gli amici chiamano Frank, quindi anche io - considerandomi per certi versi un mio amico - mi appello così).

Un anno di viaggio, sulla falsariga del cammino cominciato nel 2011.
Un anno da Ramingo, ecco: che ancora deve percorrere tanti stranieri per trovare la via verso GranBurrone, i Porti Grigi o la Montagna Solitaria (non fate quella faccia, so perfettamente che sapete di cosa sto parlando quando nomino questi luoghi: però il Signore degli Anelli è la metafora che calza di più per parlare di dove andiamo, quando viviamo).

Un anno di traguardi, di ricompense e di nuovi inizi. Un anno di paure, di dolori e di solitudini preserali, ma anche di mani strette e abbracci rubati, di parole tenute da parte e dette al momento giusto.

Un anno di incontri con persone che hanno fatto un pezzo di strada con me, persone con cui ancora sto camminando, e anche persone che ad un certo punto ho salutato, magari frettolosamente, altre volte con serenità: tutte importantissime, tutte preziose.

Un anno di tappe, di città raggiunte e di storie lasciate in eredità a chissà chi.

Un anno di canzoni, di musica e di piccoli sogni realizzati: tutto grazie ai #LaRochelle, che spero diventino sempre più grandi e che hanno scritto un frammento di melodia che più ascolto, più penso sia la giusta soundtrack della mia vita (è il video che c'è qui sopra, se volete ascoltarla anche voi nda).

Un anno di orizzonti, di cui non fare a meno, neanche quando c'è nebbia e non si vede un cazzo sulla strada.

Un anno di balli e di notti, ma anche di quiete e di sole alto a mezzogiorno.

Un anno di piccoli sogni realizzati: come il mio/nostro primo libro pubblicato.

Un anno di addi, o forse di arrivederci.

Un anno di amici imprescindibili: Pietro & Robi (che per l'occasione ho deciso di non mostrarvi ma di cui nei post precedenti trovate ampia documentazione nda), Simo, Luca, Paolo, il mio fraterno coautore Alberto, Fabrizio e poi Isa, il team dei Ninja, oltre che il mio maestro Gianluca.

Mi piace pensare, però, che il mio 31esimo anno da Frank sia stato anche l'anno dove ho preso coscienza. Non so se avete visto Ovosodo, in ogni caso ad un certo punto Piero dice questo:

"[...]
Chi lo sa, forse sono rincorbellito del tutto, o forse sono felice... a parte quella specie di ovo sodo dentro, che non va né in su né in giù, ma che ormai mi fa compagnia come un vecchio amico..."

Ecco, il mio 31esimo anno da Frank ho capito che pure io ho una roba simile a quella lì. Non so se sia un uovo sodo oppure un pezzo di mollica che non riesco a digerire, sta di fatto che questa è stata la descrizione migliore che ho trovato.
Un qualcosa che non si capisce perché sia di default un po' melanconico un po' zavvoresco, un po' ansiolitico un po' ostacolo. Qualcosa che sentiamo, che sento in questo caso, come una specie di sassolino nella scarpa durante una corsa. Una spina, direbbe San Paolo. O forse, solo, una specie di pacchetto pieno di emozioni, e ricordi, e dolori, che rimane ben in vista in modo che posso vederlo ogni giorno.

Quest'anno, dopo tanto tempo, ci ho fatto amicizia. Amicizia, oddio: ho capito che c'era.

Per questo, il mio 31esimo anno da Frank lo ricorderò anche come l'anno della consapevolezza: che ci sono cose che anche se non capiamo o non vogliamo tanto avere con noi ci tocca tenere dentro, oltre che impararci a convivere e magari provare a usarle per far del bene a chi ci sta intorno, o anche solo a noi stessi.

Io ho quella roba lì, che mi ha creato tanti problemi e che ancora mi infastidisce molto. Ma che, ad esempio, mi spinge a cercare qualcosa, oltre i cocktail e il sesso, oltre le parole sprecate e gli occhi spenti di chi esiste e non vive, oltre le stempiature crescenti e la paura che un giorno sarà tutto finito. Forse è proprio grazie a quella roba lì che ogni tanto scrivo, prego, amo, e certe volte mi sento anche felice. Forse è grazie a quella roba lì che, più il tempo passa, più mi sento consapevole del perché ci tocca stare un po' da queste parti, e fare delle cose.

E sapete? Quella roba lì penso che ce l'avete pure voi che leggete. Non è una malattia, non è una roba brutta. Sì, ogni tanto fa male, infastidisce, disturba un po'. Ma se ci si sa parlare, poi passa e alla fine lascia anche qualcosa di buono.

Spero che quest'anno che inizia, il mio 32esimo anno da Frank, ecco, sia l'anno dove definitivamente farò pace anche con quel pezzo di me. La strada poi non sarà in discesa, anzi: però sarà sicuramente un po' più rassicurante di quanto mi appaia oggi.

In ogni caso, un'
ultima cosa: in occasione dell'inizio del mio 32esimo anno da Frank, dovrei ringraziare tutti voi. E forse così sarà.

Anzi, così è: grazie. Perché se siete qui a leggere, allora a me un po' ci tenete. E questo forse è il regalo più prezioso che ci si può fare.




sabato, dicembre 21, 2013

Perdersi è la cosa più semplice del mondo - Life in Technicolor part 225



Ad un certo punto arriva l'inverno.
Fa freddo e non c'è niente di male a dire che è bello, quando c'è tempo di neve.
Eppure, alla gente non piace, oppure è reticente a dirlo, che gli piace.

Forse perché con sè porta domande cui non si riesce a rispondere, mai.
Prendi ciò che ti circonda, e guarda a fondo intorno a te.
Cosa rimane della città, quando si cammina alle sei di sera e la gente corre chissà dove? E quali sono le verità che nascondono le finestre illuminate dei palazzi, al crepuscolo della sera prima di andare tutti in vacanza?

Non sembra mai la tua città, il tuo mondo, quando arriva l'inverno. Non sembra di stare mai nel posto giusto, quando la vita è fatta di corse che non finiscono, mai.

- Mamma, portami a casa - dice un bambino davanti a una vetrina illuminata.
 Lei lo prende per mano, sorride, vanno via così.

Questo è l'inverno. Fatto di storie disseminate agli angoli del marciapiede, mentre le luminarie appese ai balconi fanno coppia con quelle che sovrastano la carreggiata. Fatto di uno sguardo che si posa su tutto ciò che capita, intorno.

Quante storie possono contenere gli occhi di un uomo? Quante volte potrai ricordare ciò che avrai visto e che ti sembrerà pieno di vita?

Un uomo urla al cellulare, è inverno e il traffico del centro è quello che è, puoi solo urlare per farti sentire, non importa se tu sei arrabbiato o felice, l'importante è che tu ti faccia sentire.

La città non si fa sentire, in tutto questo. Perché lei è lì, ma sta zitta. E respira, mentre tu le cammini dentro e la senti respirare con te.

Siamo soli, o forse non lo siamo finché non riusciamo a tenere tutte quelle storie, con noi. Le perdiamo a ogni passo, anche se le abbiamo appena trovate.

Da dietro le finestre rimangono accese altre luci, alcune si spengono, altre non si accendono mai.

Risuona ancora la voce di quel bambino.

Mamma portami a casa.

Continui a camminare nell'inverno, chissà come hai fatto ad arrivare fino a lì senza renderti conto che aveva cominciato a gelare, intorno a te.



mercoledì, dicembre 18, 2013

Guardando Phoenix - Un racconto 89



Balla Phoenix, e la gente non si stupisce di più di quanto sia bravo. Phoenix è uno di quelli che ti piace guardare, bazzica i club più in voga perché tutti lo vogliono, fra la musica che non smette e i cocktail a 8 euro.

Phoenix non è un vero nome, però tutti lo chiamano così. Lo riconoscono, gli dicono "Ehi Phoenix, facci un ballo di quelli che sai fare tu", e anche "Ehi Phoenix, ti chiami come un cavaliere dello zodiaco", ma lui non ci bada più di tanto.

Ci sono donne che lo desiderano, Phoenix. Ma lui non se ne cura.

Ci sono case che lo hanno accolto, ma non tutte hanno avuto la presunzione di volergli bene sul serio: anche se Phoenix è uno dei ballerini più desiderati.

Phoenix è intelligente ma troppo spesso si dimentica di esserlo. Phoenix vorrebbe imparare a fare tante cose, ma non ha più idea di come mettersi a studiare. E allora, balla. Balla alla notte, e la gente lo applaude. Balla come non ci fosse un domani, poi ogni tanto lì in mezzo pensa che avrebbe anche un po' voglia di scappare: ma resta.

Phoenix guarda le montagne in quelle mattine che seguono una notte di pioggia e il cielo è più pulito. Non sa cosa stia aspettando, Phoenix, ad arrivare fino lassù, perché si accontenti di stare nella città sempre uguale a sé stessa, dove le discoteche poi non cambiano e il ballo è solo un contorno alla mancanza.

Phoenix vorrebbe correre lontano, respirare l'aria libera, guardarsi intorno in silenzio. Phoenix vorrebbe un altro mondo, oltre il ballo, oltre gli sguardi ammirati, oltre il sentirsi solo un oggetto in movimento.

Anche se è il miglior ballerino, lui vuole andare oltre.

La gente guarda Phoenix e non sa che Phoenix s'è stufato di guardare, lui balla soltanto. In attesa, un giorno, di smettere di ballare, e ricominciare a vivere. 





giovedì, dicembre 12, 2013

La città X è una bella città - Life in Technicolor part 224

Io (a sx), Robi (al centro) e Pietro (a dx) in una foto che
non è stata scattata nella città X e che formalmente
non è congruente al contenuto, ma ormai metto solo foto
nostre quindi va bene così.
Ho la fissa di X da un po'. Pensate che la prima volta che ci sono andato con mia cugina Alice e mia cugina Arianna e i miei zii, era il 1994. Che meraviglia, facevo le medie, ed erano le vacanze di Pasqua.
Ci sono poi tornato nel 1996 e poi basta.
Mai più spinto fin là.

X è una città bellissima. Cioè, tutti prima o poi passano da X. Quando uno ci va, a X, aspetta sempre di tornare a casa solo per raccontarlo, perché per il resto credo rimarrebbe là.

Personalmente non vedo l'ora di andare nella città X, dico sul serio.

Sono effettivamente emozionato, già ora che sto pensando che ad un certo punto ci andrò.

Dico, X. Non un'altra, proprio X.


Ecco, sono proprio felice di andare in quella città lì. Sognavo di andarci da un po'. Quando partirò so già che mi cagherò anche un po' addosso, però so anche che sarà come se raggiungessi uno scopo: perché la voglia di andare lì, nella città X, è tanta da un po'.

Quindi niente, immagino un po' come sarà andare nella città X e son felice. Sembra che sia una specie di sogno, forse lo è, forse alla città X ci arrivi solo se riesci a sognare da questa parte dell'esistenza, non solo dall'altra dopo che sei morto.

Forse ce la si guadagna con il lavoro sul campo, la città X. Forse è il segnale che si può essere felici, almeno un po'. Forse è dove si può cominciare ad essere felici, sul serio, la città X.

Speriamo sia proprio così. Anche perché ci andrò, quindi se fosse così sarebbe proprio bello.

E voi, una città X ce l'avete?


martedì, dicembre 03, 2013

Dice papà che ti aspetta a casa - Un racconto 88



Domenica era già arrivata a metà. A pranzo c'eravamo solo io e lui.

Papà versava il vino e non si fermava. Prendeva la bottiglia ogni volta che finiva di masticare il suo cibo, una sorsata, una versata di vino.

- Bevi, diceva.

E io bevevo.

Quando pranzavamo era sempre così.

Poi parlavamo, e rimanevamo in silenzio per un po'. E in quella stagione, da sempre, da quando mi aveva lasciato cominciare a bere il vino, sentivo che tutto era uguale, l'inverno spuntava e non c'erano spiagge o odori di cocco a contaminare il gelo, c'eravamo solo io, e papà, e le mie domande che non finivano mai.

- Dice che nevica da domani, dissi io.


Papà versò un altro po' di vino, bevemmo insieme.

- Allora?, mi chiese.
- Che cosa?, risposi io.
- Eh, come va?
- Bene.

Dicevo sul serio.

- Bene, ripetè lui.
- Sì, ribadii io.

Papà si alzò, andò allo stereo e mise su un cd di Tom Waits. Poi tornò a tavola, aveva il bicchere mezzo pieno, fece un altro sorso. Si sedette.

- Quindi tutto bene.
- Sono due anni che non torno a casa, papà.
- Già, rispose lui. Sapeva che intendevo.
- Sono stanco.
- Lo so.

Rimanemmo in silenzio per un po'.

- Vorrei dirti cosa si prova, quando si cerca un posto dove stare, dissi.
- Cosa vuoi che si provi? disse lui.
- Eh, sapessi scriverlo.
- Lo posso immaginare.
- Beh, allora niente.
- Non è quello. 

- Cos'è?
- Hai mai cercato, sul serio, un posto dove stare?
- Beh, sì.
- Secondo me, no.
- Come no?
- No.
- No.
- No.

Il suo "no" rimase lì, appeso. Sospeso. Bevemmo.

- Sono stanco di cercare, ripetei.
- Sei grande, ormai.

E non disse "Stai crescendo", disse proprio così: "Sei grande".

- Non ho più voglia di andare alle feste.
- Perché non ci sono più le feste di una volta.
- Non sono più io quello di una volta.
- Forse ti piacciono feste diverse.
- Forse sì.

Versò un altro po' di vino, nel mio bicchiere e nel suo.

- C'è un posto per tutti, disse.
- Speriamo.
- Stai tranquillo.
- Mi basterebbe trovare quel posto dove puoi stare ad ascoltare jazz, leggere un po' e poi dormire. Sai no che intendo? Con il resto e..
- Certo, che lo so, mi interruppe.
- Eh. Una roba così.

E lì, mentre bevevo altro vino, mi venne in mente Bruce Springsteen mentre cammina per la città nel video di Street of Philadelphia. Non so il perché, ma era una di quelle scene che tenevo lì per fare la sintesi di ciò che c'era.
Ripensavo a quelle scene e mi chiedevo ,senza riuscire a rispondermi, per quanto tempo avevo camminato fino a sera, nelle strade della città, e per quanto tempo lo avrei ancora fatto. Senza meta. Senza sapere dove fosse, quel posto. Guardando in alto le finestre dei palazzi e chiedendomi, come facevo da quando ero bambino, come sarebbe stato vivere in palazzi che non erano i miei. Quando ero andato via? Quando avevo cominciato a cercare?

Dov'è? continuavo a chiedermi il silenzio di quel momento.

- La felicità è a casa, disse papà, così senza che gli chiedessi nulla.

Versò un altro po' di vino nel bicchiere, la bottiglia era quasi finita.

- Cerca.

Mi sorrise. Sorrisi anche io.