martedì, gennaio 28, 2014

Devi vivere ad Oltranza - Un racconto 90

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Bolly non è un personaggio qualunque. Bolly è il protagonista della sua vita, il protagonista principale.

Bolly dorme su una panchina a Vanchiglia, sul lungo Po, fra corso San Maurizio e corso Regina. In quel tratto ci vanno solo i signori a far cagare il cane, alla mattina o prima di cena, e i ragazzi che tagliano, per farsi le canne.

Bolly lascia le scarpe sotto la panchina quando si sdraia, come se fossero ai piedi del letto. Dorme in un sacco a pelo verde militare con la cerniera che arriva al fondo, e lascia solo la fronte e gli occhi fuori.

Ogni notte, ripensa a quando era arrivato lì per la prima volta, lui che viveva in un altro quartiere, alla Crocetta.

A Bolly piaceva l'idea che là alla sera non c'è nessuno, soprattutto d'inverno quando fa freddo ed è umidissimo.

In questa stagione Bolly mette i cartoni sul legno per sentire meno il freddo, lo sanno tutti che il cartone isola. Anche Bolly lo sa, lo sapeva prima di finire a dormire in quel pezzo di Torino.

Bolly non è il suo vero nome, però a Bolly piace che la gente lo chiami Bolly, perché in fondo stacca da quello che era stato prima. Uno normale.

Bolly è finito su una panchina un po' di tempo fa, fa un po' fatica a ricordare cosa ci fosse, prima. Se ci fosse mai stato, un prima.

Qualcuno gli dice, quando va a mangiare dalle suore in via Nizza, Bolly prova a rialzarti, provaci, lui risponde che ci sta provando. Ed è la verità, che ci ha provato.

Però no, non c'è stato posto per Bolly, prima o dopo. Quando è rimasto solo, quando tutto è sparito a Bolly è rimasto solo quel posto, e il rimorso di aver sbagliato a crederci.

Bolly dorme ogni notte perché beve, e la mattina non riesce ad aprire bene gli occhi. Manda odore di strada e polvere, Bolly, si sente sporco e provare a rialzarsi così è più difficile, chi te lo dà un lavoro in quest'Italia di merda se sei uno che è finito in basso? Non lo danno neanche a chi riesce a galleggiare, figurati a me, si ripete Bolly dentro quando la suora gli chiede se vuole approfittare dei bagni del convento per sistemarsi, così può andare all'ufficio di collocamento.

E tutto rimane così, per chissà quanto.

Chissà dove sono i tuoi sogni, Bolly, si chiede parlandosi come gli parlerebbe uno che lo conosce da sempre e gli vuole bene. Chissà dove sei finito tu, Bolly. A Oltranza, si dice Bolly, devi vivere per forza. Perché questo è il mondo di Oltranza, si va avanti finché ce nè e pazienza se tu non ne hai più, sono gli altri che dicono se puoi fermarti, oppure no.

Poi una mattina nonostante il vino acido e il mal di testa Bolly apre gli occhi quando il sole sorge. Sono fessure, però la luce filtra un po' e riesce a vedere cosa capita, lì vicino alla sua panchina.

Vede un paio di quei signori con il cane che si chinano a raccogliere la merda mentre lo ignorano. Vede passare un paio di studenti, guarda una signora elegante che lo nota con la coda dell'occhio ma che fa finta di niente.

Quante cose vede, Bolly, da quelle fessure, non le saprebbe ripetere.

Poi capita qualcosa.

Vede uno, normale, che gli passa davanti e tira dritto. Fa qualche metro, poi però Bolly lo vede fermarsi, come se qualcosa l'avesse tenuto. Lo guarda muoversi, si gira, sembra andargli incontro. Si ferma, lo guarda. Si rigira, sembra che riprenda a camminare per dove stava andando, e si riferma.

Cerca nelle tasche, fruga, tira fuori qualcosa, si gira e viene verso la panchina. Bolly tiene gli occhi a fessura, sembra che li abbia chiusi e invece ci vede.

Il tipo s'avvicina, gli poggia fra la testa e il resto del sacco a pelo un po' di banconote, saranno 40 euro. Gli dice Amico, forza, si rigira e va via.

Bolly non riesce a dirgli grazie, o altro. Rimane così. Sente dentro come una specie di senso di gratitudine, perché tante volte si era chiesto se gli altri lo vedessero.

Apre gli occhi, ora non sono più fessure, sono occhi. Si tira su, il cartone sfrega sul legno. Apre il sacco a pelo, le scarpe sono dove le ha lasciate, sotto la panchina, fredde.

Bolly mette i piedi dentro, respira, stringe i muscoli e si sente vivo.

Oggi, pensa, oggi se riesco mi faccio una doccia. Poi pensa Cazzo, quanto tempo mi hanno tolto. Se lo chiede e dice che lo rivuole indietro.

Se devo vivere a Oltranza, pensa, allora voglio provarci.




martedì, gennaio 14, 2014

Il 15 gennaio debutto in società - Life in Technicolor part 227



La fissa del racconto a voce in pubblico m'è presa un paio di anni fa quando parlavo con Gianluca nel suo ufficio alla Scuola Holden durante una pausa pranzo di quelle che ci facevamo io e lui, da soli.
Mi raccontò di un festival di narrazione orale che fanno negli Stati Uniti, e di come lo storytelling orale da quelle parti sia più sentito e considerato che dalle nostre.
Mi era sembrata da subito una cosa figa, quindi mi ero detto che una volta o l'altra ci avrei provato.

Raccontare storie, e basta. Non leggerle, non suonarle: solo raccontarle.

Poi capita che uno di voi che leggete il Diario, qualcuno che ringrazio pubblicamente qui, mi scrive in privato e mi dice: "Ehi guarda, c'è questa roba qui, forse a te interessa", ed è una roba che combinazione fanno in un locale che conosco a San Salvario, e quella roba lì è proprio uno slam di narrazione orale che si intitola Voci della Città.

Mando la candidatura e, guarda un po', mi prendono.

La serata è il 15 gennaio, a partire dalle ore 22. Titolo: "Storie di sfortuna".

Ora, io non so come andrà e francamente non mi interessa, anche perché le storie sono cose particolari da maneggiare, il più delle volte le pigli e le pastrocchi senza che gli altri capiscono che in realtà stai giocando con il mondo, un po' di sogni e sopratutto ciò che vivi tu. Le storie dice qualcuno che esistono per essere raccontate, e allora ci si trova a volerlo fare sempre meglio, altrimenti si sprecano.
Domani sera debutto in quel mondo lì. Posso perdere, anzi: è molto difficile che vinca. Però voglio provarci.

Mi sembra che sia la cosa più pura, raccontare. Più di fare tutto il resto, scrivere, suonare, ballare, etc. Intendiamoci: sono cose irrinunciabili anche quelle. Ma il gesto del narrare, quello mi sembra veramente il più genuino.
Per quello mi sembra una cosa tanto bella da fare.

Quindi: se vi va, ci vediamo al Rough, via Principe Tommaso 3, domani sera.

Vediamo se fa l'effetto che mi raccontava Gianluca, in quella pausa pranzo di chissà quanto tempo fa.