mercoledì, febbraio 19, 2014

Il fattore Alino Diamanti - Life in Technicolor part 229

Per svariate ragioni, nelle ultime settimane ho dovuto fare un po' di introspezione e cercare di capire i motivi per cui stavo (e sto) vivendo una certa, difficile situazione. Di solito, ci si pone le domande e si fatica a trovare le risposte e le conseguenti soluzioni, soprattutto se le questioni vengono poste in maniera diretta, cruda, senza fronzoli.
 

Per facilitare questo processo, ho pensato a una metafora che non può che essere sportiva, e precisamente calcistica.

Nel gergo giornalistico e di Scudetto/Football Manager, i calciatori sono indicati come archetipi.
Gargano per esempio è un motorino infaticabile, ossia un centrocampista dai piedi ruvidi che ruba i palloni e ricomincia l'azione.

Luis Nazario da Lima detto Ronaldo era il Fenomeno, ossia un giocatore sopra la media, direi sopra tutti.
Toni una torre, ossia una prima punta che ha nel colpo di testa il suo punto di forza.

Vieri un ariete, cioè un attaccante che gioca solitamente prima punta, in grado di "sfondare" letteralmente le difese.
Pirlo è un metronomo o regista, cioè detta i tempi di gioco.

Questa è la prima definizione. Poi, in seconda battuta, gli archetipi sono accompagnati da una sorta di didascalia riassuntiva che ne etichettano la carriera.

Ad esempio Felipe Melo, centrocampista di contenimento, ha trovato gloria a Firenze per perdersi alla Juventus in un generale marasma tecnico tattico.
Filippo Inzaghi, cecchino implacabile, ha sempre tenuto altissime medie goal.
Matteo Rubin, pendolino della fascia sinistra, non ha mantenuto le belle promesse messe in mostra a Torino e si barcamena fra Chievo Verona e Siena (pare lo cercasse anche il Real Madrid, ma sono leggende).
Ariel Ortega detto il Burrito, mezzapunta classica con il dribbling fulminante, passò alla Sampdoria e andò via senza aver lasciato il segno.


Daniele De Rossi era un predestinato, oggi è uno dei migliori centrocampisti centrali al mondo.

Gli esempi sono molteplici.

Passiamo alla ciccia: per motivarci quando le cose non vanno, bisogna usare il fattore Alino Diamanti.

Che cos'è? Semplice.

Quando non vengono le cose, o si hanno difficoltà a esprimere il potenziale, oppure a dire ciò che si pensa, o anche a fare bene ciò che dobbiamo fare bene, ecco: bisogna ricorrere a lui, Alessandro Diamanti, detto Alino.

Diamanti è un calciatore che oggi gioca in Cina, al Guangzhou Evergrande Football Club
. Ha lasciato la squadra di cui era capitano per andare a capitalizzare quanto di buono aveva fatto nella sua carriera: l'esplosione al Livorno, approdare al glorioso West Ham in Inghilterra, tornare in Italia al Brescia - forse sottovalutato dai grandi club, all'epoca - e trasferirsi poi al Bologna, dove diventerà capitano e conquisterà la nazionale, vivendo anche un Europeo quasi vittorioso da protagonista.

Quest'anno su di lui c'era la Juventus ma il trasferimento non s'è fatto, vuoi un po' per il presidente che non voleva scambiarlo con Giovinco e/o De Ceglie, un po' per lui che era più allettato dall'altra offerta ricevuta dalla Cina.  Già, proprio così: Alino ha preferito andare a giocare in un campionato minore e metter da parte fieno per la vecchiaia, e pazienza che facendo così stia rischiando di perdere anche il Mondiale.


La carriera di Diamanti non è finita, forse entro i 33 farà in tempo a tornare a giocare in Italia e togliersi molte altre soddisfazioni, prendi Di Natale che è quasi un 39enne e corre ancora come un ragazzo di 20 e segna come un pazzo. Rimane il dubbio che forse le sue carte se le sia giocate fino in fondo, chissà: però io, Alino, lo stimo un sacco, anche perché fondamentalmente è uno di quei giocatori che in campo sono il giusto mix di tecnica, potenza, precisione, talento, imprevedibilità.

In tutti noi c'è un Alino Diamanti. Possiamo arrivare al West Ham come alla Juventus, se scopriamo nel modo giusto le nostre carte. Se non ci impegniamo, possiamo essere comprimari nel Livorno retrocesso; viceversa, se crediamo in noi, possiamo caricarcelo sulle spalle, salvarlo a suon di goal e guadagnarci un posto al sole in Premier League.
A volte la vita ci offre di andare a svernare dal Lippi di turno, carichi di yen ma lontani dai palcoscenici che contano: e sta a noi scegliere se scommettere su ciò che possiamo fare in campo, quello che ancora possiamo fare, e ciò che abbiamo fatto, lucrandoci sopra.

Ogni giorno l'Alino Diamanti che c'è in noi combatte contro la diffidenza dei telecronisti e le remore dei tecnici, contro i tifosi incazzati perché il passaggio non viene come vogliono oppure contro la disillusione perché da quando sei arrivato non ne hai azzeccata mai una. E tocca a lui, all'Alino che abita dentro di noi, tirar fuori la giocata che sa fare, quella che ha fatto impazzire la Polonia a Euro 2012 o il goal che ha salvato il Bologna la stagione dopo. Anche perché Alino, lo dicono tutti, quei colpi li ha. Lo dice anche Prandelli, che un po' di calcio se ne intende, figurati.

Ecco. Credo che guardando le cose con il filtro del fattore Diamanti, tutto risulti più semplice. Dovrei adoperarlo un po' di più: anche perché io, al ritiro, non ci penso ancora.





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