sabato, aprile 05, 2014

Quando è morto Kurt Cobain un po' siamo morti tutti - Life in Technicolor part 231

Se hai conosciuto gli anni '90 come li ho conosciuti io, ossia durante il mix pazzesco ottenuta dall'adolescenza post Guerra Fredda e l'inizio della crescita precoce con una punta di fine del mondo pre-web, ecco: allora forse capirai cosa intendo con questo post. Altrimenti ti sembrerà un'accozzaglia di puttanate, ma ti dirò: poco male.

Quando è morto Kurt Cobain, 20 anni fa, io facevo le medie. Ero un gagno ed MTV neanche arrivava qui in Italia, la musica ce la portavano la radio, i vinili, le cassette e gli amici. I cd li avevano in pochi, e costavano tanto ma meno di oggi. I più grandi conoscevano i Nirvana, non noi gagni. Noi gagni avevamo gli 883 e Jovanotti, e ce li facevamo bastare. Però qualche frammento ci era arrivato, già prima che morisse.

A me è arrivato quando Daniele, il cugino sempre un po' sulle sue e mio coetaneo, scoprì di avere il dono di saper suonare da Dio la chitarra. Ricordo come sapesse suonare ad orecchio canzoni sentite due/tre volte.
Fu grazie a lui che io ebbi il colpo di fulmine, presi al bivio della vita la destra invece che la sinistra (o forse la sinistra invece che la destra, fate voi).
Era uno di quei pomeriggi post-pranzo-di-famiglia a casa sua - di Daniele, intendo - di quelli dove si parla del più e del meno, poi qualcuno chiamò a Daniele una canzone, chiese di suonare qualcosa, e lui allora fece andare tutti in camera sua per quel concertino improvvisato, un po' imbarazzato. Si mise seduto sul suo letto con in braccio la sua chitarrina, Rebecca (ne parlo diffusamente qui), poi dopo aver strimpellato qualche accordo semplice semplice e qualche altro pezzo di quelli classici tipo, cazzo ne so, Battisti, si mise a suonare  Smells Like Teen Spirit. Forse qualcuno chiese cosa fosse, e lui disse che era un pezzo di uno che gli piaceva. Sua mamma sottolineò che l'aveva imparata solo ascoltandola, Daniele, e mentre lo diceva non sapeva che descriveva i pomeriggi di chissà quanti adolescenti, che sarebbero stati vissuti negli anni successivi in tutto il mondo.

Fu lì che ascoltai per la prima volta un pezzo
dei Nirvana.

Eravamo gagni. Al fratello di Daniele che era più grande di noi piacevano i Megadeth e i Metallica e diceva che quella che ascoltavamo noi era musica del cazzo, che il metal reggeva di più il tempo e che i musicisti di quel genere lì erano migliori. Non sapevamo che quel discorso sarebbe stato solo il preambolo di una serie infinita di dispute che continua ancora oggi, non soltanto fra generi musicali ma fra mondi e ideologie che divergevano sempre più e che influenzavano ogni cosa, e che mentre si dilatavano diventavano anche filosofie di vita.

Eravamo gagni e non abbiamo fatto in tempo a sognare di andare a vederli dal vivo, i Nirvana, che Kurt Cobain si era già sparato. Per noi il concerto dei Nirvana è sempre stato solo un qualcosa di immaginifico, come l'idea di possedere un Dodo in giardino.

Io, Daniele e te che leggi e capisci cosa sto dicendo, siamo diventati grandi già monchi di uno di quei sogni che hanno caratterizzato la nostra generazione, e anche quella prima: vedere un concerto e se Kurt Cobain, con ciò che rappresentava, esistesse sul serio.

Era capitato, oltre che a noi, forse soltanto agli amanti di Elvis (mio papà  dice sempre che lo ha sempre sognato di vedere il Re dal vivo, ma che l'Italia lui, Presley, non se l'inculava manco di pezza perché lui era il Re e in fondo, noi in Italia poveri provinciali).

Noi quel concerto potevamo soltanto immaginarlo. Noi eravamo post URSS, noi avevamo il benessere post anni '80, avevamo la speranza di star ancor meglio dei nostri genitori (poveri illusi, la tragedia cominciava proprio allora) ma non avremmo potuto veder crepare Kurt Cobain dopo averlo gustato fino in fondo.

Sognavamo i Nirvana e ci rimanevano i miraggi di quanto aveva fatto. Sognavamo di imitarlo per come era, ci piaceva il suo essere unico, Kurt Cobain che girava per concerti sporco e suonava le canzoni come cazzo gli pareva prima di spaccare le chitarre per ribellarsi, Nevermind era figo ma non era quello che voleva fare, fece In Utero per dire che cos'era la musica secondo lui e nessuno ebbe la forza di dirgli "no", neanche le Major che lo alimentavano per forza, anche se lui odiava mangiare alla loro mensa. In Utero lo suonò e basta, e la gente lo comprò, e lui che era autentico e aveva paura di non sembrare coerente, si sparò. Noi che Kurt Cobain lo guardavamo da fuori non concepivamo il male, l'eroina, il dolore, non concepivamo il fatto che avesse solo 27 anni ed era giovanissimo: per noi Kurt Cobain era un qualcosa di immortale, lontanissimo e puro, nel suo essere indissolubilmente, desolatamente solo, depresso, paranoico.

Kurt Cobain ci ha fatto piacere le camicie di flanella, le Converse che oggi son tornate di moda, ma anche l'esser tristi e il gusto di autoflagellarsi con paranoie e sguardi nichilisti. Kurt Cobain ha condotto quelli della mia generazione in milioni di posti diversi: dal metal al crossover, allo ska al jazz per cominciare dalla musica, per arrivare al DAMS, a scienze della comunicazione e all'accademia delle belle arti, fino ai sogni come diventare scrittore, musicista, giocoliere, artigiano, barbiere in un suk, Kurt Cobain ha sdoganato la marijuana e la MORETTI da 66, ha reso credibile avere voglia di fare pubblicità per mestiere o lavorare in TV come sceneggiatore o anche scrivere per il cinema, perché ascoltare Nirvana non era soltanto uno status symbol, ascoltare NIRVANA era l'INIZIO DI QUALCOSA. E quando cominciavi ad ascoltarli, allora dovevi per forza cominciare, che cosa ben non si sapeva.

Fra tutti quelli che conosco, c'è una distinzione da fare: quelli a cui i Nirvana non sono mai piaciuti, e quelli che hanno cominciato ad ascoltarli a 14 anni. Fai questo gioco e pensa, amico lettore: i primi sono sempre stati conformisti, i secondi da allora stanno cercando qualcosa che non sanno manco più che cos'è.

Kurt Cobain si è sparato 20 anni fa e il colpo del suo fucile risuona ancora nelle teste di chi con la sua musica è rinato, e cresciuto. Con lui se n'è andata una parte di una generazione, ed era la parte con la speranza. Non per niente, quelli che hanno cominciato quel viaggio, oggi sono frammentati in mille celle vuote, piene di sogni e di rughe e capelli bianchi che cominciano a spuntare sui volti, sulle teste, sulle mani e sulle notti passate a sognare di esser come lui.

La verità è che quando avevamo 16 anni, noi che veniamo da là, da lui intendo, non ci siamo resi conto che il nostro idolo era già morto. Avevamo avuto l'imprinting da uno che si è sparato perché aveva paura di non esser abbastanza puro anche se per noi era il più puro: come reazione ci siamo fatti contaminare dalla maschera di essere diversi.

Siamo nati monchi, è questa la verità. Monchi dal vedere cosa sarebbe oggi Kurt Cobain, a 47 anni. Forse sarebbe come Billy Corgan, che ha fondato la più grande cover band degli Smashing Pumpkins. Forse sarebbe come Eddie Vedder che ogni tanto spunta a Roma e suona con la chitarra, da solo, e la gente lo ascolta come si fa con i veri musicisti grunge. Forse sarebbe come Dave Grohl, che nei Nirvana ci ha suonato ma si è portato via solo la versione 1991, quella di Nevermind. Forse sarebbe morto comunque, come
Layne Staley, nel 2002. Forse non sarebbe stato altro che un buon padre, oggi in fondo Francis Bean ha 21 anni e vive a Los Angeles, chissà chi sarà quello che la sposerà (non io, anche se per un po' io e Daniele e sono sicuro anche tu amico lettore, e chissà quanti altri lo abbiamo sognato, di incontrarla e di innamorarci di lei e che lei si innamorasse di noi, perché sarebbe stato come prenderci un po' dell'anima di suo padre e c'è stato un periodo che quella era la cosa più preziosa).

Se lo avessimo visto a 47 anni, forse oggi saremmo liberi e meno rinchiusi nel piacere di essere alla ricerca di quella purezza che lui non ha tradito. Se non fosse morto, forse la gara a cercare di essere diversi non sarebbe mai cominciata, e in tanti che oggi fanno i radical chic, si vestono di sacchi, portano i dreadlocks anche se non sono Rastafari, sarebbero soltanto ingranaggi di un sistema ancora vestito di giacca e cravatta oppure di giubbotti di pelle.

E invece Kurt Cobain si è sparato 20 anni fa, e noi oggi siamo meno vivi di come saremmo stati, ci ha lasciato solo la parte peggiore, quel qualcosa che non passa mai, quel bisogno di cercare e di cercare, a volte finisce che ricordiamo quella voglia di piangere a comando che diceva di volere lui e ancora ci proviamo, perché se lui diceva che piangere era utile allora bisognava piangere, così come allora anche oggi.

E allora: è stato tutto solo una posa per cercare di imitare lui. Lui che il coraggio lo ha avuto, di esser com'era. Lui che ha scambiato il suo coraggio in sconfitta, e ha ceduto, e si è sparato senza insegnarci che si può essere coerenti, vivendo. Sparava a lui e un po' sparava anche a noi, che chissà se mai troveremo ciò che abbiamo scoperto di volere quando abbiamo sentito per la prima volta Smells Like Teen Spirit.




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