venerdì, aprile 18, 2014

Avrei voluto essere parte dei Marlene Kuntz se fossi nato abbastanza chic e se avessi imparato a suonare - Life in Technicolor part 233



 «Ci sono cose brutte in giro e a volte non mi basto più
Tu sei la mia Beatrice ispirami l’anima
Tu sei il mio capogiro e provo la vertigine
di sentirmi vivo nella tua luminosità.»

Nell'estate del 2007 mi sono successe tante cose un po' così. Faceva caldo, avevo spesso mal di testa e passavo il tempo a lavorare e a giocare a Football Manager, e nelle pause scrivevo. Scrivevo racconti che avrei portato a settembre, alla Scuola Holden, per riprendere i corsi.

Uno di questi s'intitolava "Come scaricai la discografia dei Marlene Kuntz", ed era un tentativo di raccontare qualcosa di assolutamente inutile ma in un modo assolutamente originale. Il risultato fu bombardato da Evelina Santangelo, una delle professoresse più in gamba che abbia mai avuto, anche se era vero che quell'estate mi ero approcciato, seriamente, ai Marlene Kuntz.

La scrittura non c'entra adesso. Non c'entrano neanche le storie che ci ruotano attorno.

C'entra un certo modo di approcciarsi al mondo che hanno solo i Marlene Kuntz. O meglio, quelli come loro, ma loro sono i primi quindi è inutile affogarsi a cercare tutti i cloni, perché di fatto loro fanno una roba che è solo loro.

Vorrei che la vita fosse una canzone dei Marlene Kuntz e che si potesse vivere come quelle parole lì.

Elegante, puntuale, mai banale, ricercata abbastanza ma non troppo, urlata quando serve.
Vorrei essere un riff di chitarra piantato nel momento giusto, preciso a sufficienza per star bene in un club underground ma anche a Sanremo. Vorrei essere pulito come un'anima svagata descritta nei loro versi, e contemporaneamente eterno come il marginale senso di pudore che c'è in chi li ascolta (ok, sto provando a immaginare di scrivere una loro canzone, perdonatemi).

Io se avessi saputo suonare sul serio probabilmente avrei creato un qualcosa di simile. E se sapessi scrivere sul serio probabilmente cercherei di imitare le storie che raccontano loro, anzi: più che imitarle, le scriverei proprio così.

Se fossi stato musica avrei voluto essere Musa, o Bellezza, e se fossi stato parole avrei voluto essere Nella tua luce, proprio detta così. Invece ho la sensazione di essere una band da mezza classifica che punta alla massa, quando invece vorrei passare inosservato in una lontana complessità, difficile da comprendere per tutti, amata da abbastanza per sopravvivere (ecco, qui li ho di nuovo imitati, scusate di nuovo).

Trovare la pace in un miscuglio di brani che in pochi citano, meglio ascoltare altro perché i Marlene Kuntz sono anche molto, troppo chic, quando c'era Massimo Coppola che faceva Brand New su MTV erano uno dei gruppi che ci ricordava di più.

Non sono Vasco Brondi, non sono quelli che sono venuti dopo. Loro facevano gli alternativi quando gli alternativi erano solo i figli degli alternatori.

Se fossi stato. Se fossi diventato. Se avessi saputo. Se se se avrei suonato con loro. L'ho detto. Lo ammetto.

Tutta colpa del senso di inadeguatezza.

Maledetto.

Allora ci entro dentro a quella musica, quella dei Marlene Kuntz, che ti entrano dentro e che ci rimangono, quanti "se" ho fatto miei. Se solo avessi, chissà quanto. Forse sarei meno inadeguato. Forse sarei "giusto".

Ma chi è, "giusto"?

Amen, è andata così.

Mi tengo le domande, mi ascolto la musica. Adesso voglio solo un po' di silenzio.

Quando esci, spegni la luce.





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