lunedì, maggio 12, 2014

L'improvvisa voglia di piangere che viene al mattino presto mentre ripensi ai sabati sera in compagnia dei Nine Inch Nails - Life in Technicolor part 224



Capita talvolta che senza un preciso momento al mattino presto venga una superba voglia di piangere.

Di quelle immotivate e assolutamente chiarificatrici.

Di quelle che possono sovvenire, chessò, quando il ciclo lunare s'esaurisce, non sei diventato licantropo e scopri di essere ancora irreversibilmente umano. Piangere di commozione, proprio.

In quella voglia c'è un tratto distintivo che si concentra nel sapere osservare ciò che ti circonda e, senza capire bene come, riuscire a percepire la vita che innerva tutto. In quella voglia, c'è anche la lucidità che si nasconde nel saper giudicare il proprio passato, il proprio presente, e anche i propri desideri per il futuro.

Io non so bene spiegare cosa significhi.

Francamente, non so spiegarmi più molte cose, ultimamente.

So ad esempio che sabato sera ero in un enorme palazzetto di una città che ho sempre sognato vedere, Stoccolma, e che nel riascoltare Hurt ho ripensato a quelle mattine di cui ho parlato ogni tanto qui nel Diario (se cercate nei post, sicuro qualcosa trovate), dove ascoltando quella canzone verso le 5.30, ora particolare soprattutto visto che ero già in ufficio a lavorare, mi ponevo la domanda di dove stessi andando, perché, e come. Era il 2010 e sono successe un sacco di cose nel 2010, però quelle mattine me le ricordo un sacco.

Anche quelle domande me le ricordo. Erano meravigliose, e in esse non intravedevo neanche una piccola venatura fatta di pianto.

Oggi sì.

Oggi quella venatura la vedo distintamente, e se sapessi dirvi che cosa significasse il fatto che allora non la vedessi e oggi sì, non saprei motivarlo.

Non so un sacco di cose ultimamente, ve l'ho detto.

Anzi, no: so una cosa. Che questo post avrebbe dovuto intitolarsi "I Nine Inch Nails sono l'ultimo rigurgito della giovinezza anni '90", e teorizzare il loro ruolo decisivo nella crescita di un ragazzo che mira a qualcosa di più che il passare su questa terra come una balla di fieno che taglia la strada ai protagonisti dei film western.

Invece s'intitola così come c'è scritto sopra, perché stamattina un po' mi è venuta di piangere. E non è banale, come cosa.

Per questo non lo sarà neanche la fine di questo post, che per linearità dovrebbe essere la frase: "Dicono che si chiami felicità".

No. Non lo farò finire così.



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