giovedì, aprile 23, 2015

La Lontananza - Life in Technicolor part 236

Succede che ad un certo punto arriva il momento di dire una cosa, una cosa soltanto, e allora ti serve il posto per farlo.
Facebook? No, troppi poser.
Twitter? Troppo poco di spazi.
Al vento? Forse.

Ecco che allora viene comodo avere un blog.

Io con il blog ho cambiato il mio rapporto, nel senso che se prima lo bazzicavo praticamente quotidianamente oggi lo uso con il contagocce, ci passo poco e quel poco che ci staziono cerco di farlo con un rispetto assoluto.

Perché qui c'è la scrittura, che è la cosa più preziosa che ho: ed è questo, che oggi ho bisogno di dire. Però, appunto, qui ho smesso di passarci.

Il motivo non l'ho avuto ben chiaro, fino a ieri, quando mi è capitato di dire ad alta voce che negli ultimi anni ho scritto solo una storia. Solo una. Sottolineando come siano due anni che non scriva, sul serio.

(NB non me ne voglia, Alberto: ma parlo di scrittura intesa come Narrazione.
Sono comunque orgoglioso di Content Evolution e degli altri libri, per dire
).


Inizio momento ignoranza
Per qualcuno questo sarà un bene. Non mi importa tanto che possano criticare la mia scrittura, ma credo non si possa entrare nell'intimità di nessuno per dire che sia un bene che questa non si concretizzi. Se ti fa cagare una cosa non leggerla, dico io: ma non rompere il cazzo con le tue pose, le tue critiche stilistiche, la tua presunzione, dicendo che è meglio per la scrittura stessa che qualcuno non scriva. Eccheccazzo, chi sei tu, Proust?
Fine momento ignoranza


Dicevo, è stata una presa di coscienza forte. 
Perché non ho saputo, ad esempio, regalare a nessuno attraverso una storia, attraverso le parole, attraverso un testo, le cose meravigliose che negli ultimi anni mi sono capitate. E anche le cose più difficili, certo.

Questo passaggio fondamentale, nella frase che citavo, mi ha fatto capire che per certi versi siano stati anni di ricerca, in cui sono state due le cose su cui, silenziosamente, ho lavorato.

Lo sguardo, e la voce.
Il modo di vedere le cose, e il modo di dirle.

Due ingredienti fondamentali, non soltanto nella scrittura ma nella vita di tutti i giorni, che determinano il cammino che ognuno intraprende.

Due spazi dimensionali che influenzano il modo di interfacciarsi al mondo, che nel mio caso sta mutando in una direzione che per anni non sono mai stato in grado di comprendere e di mettere in pratica.

Il silenzio. La riflessione. L'osservazione. La quiete.

La capacità di osservare e di sapersi allontanare, con la mente, cercando la pace. Una sorta di voglia di distanza dall'effimero, dall'apparenza, dall'immagine. La necessità di scappare da una confusione che ormai pervade tutto, dalla vita in ufficio ai modi di divertirsi, dai rapporti interpersonali basati il più delle volte sulla maldicenza, fino alla totale assenza di rispetto verso il mondo.

Sono scappato dalla scrittura perché, per certi versi, la amo così tanto da proteggerla anche dallo scrivere schifezze senza armonia. E ancora non so se sarei in grado di scrivere veramente, come quello sguardo e quella voce pretendono da me.

Perché solo loro ad avere la guida, nel raccontare. Solo loro a cui mi devo avvicinare, adesso.
E forse, anche grazie alla distanza che ci ha separato in questi anni, ora sono pronto a farlo.

Ecco. Questo è quello che avevo da dire, oggi.

Ora vediamo se sarà veramente il momento di ricominciare.




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